La giornata internazionale della donna a Pikine Est

Giovedì 8 marzo. Una schiera di donne si accalca nel tendone predisposto per l’annuale festa organizzata presso la Maison de la Femme di Pikine Est. Vestono tutte lo stesso colore, una divisa che si sono fatte cucire per l’occasione e con la quale si sentono più vicine l’un l’altra, in questa giornata organizzata per celebrare il loro ruolo nella realtà senegalese.

Abbiamo voluto parlare con alcune delle partecipanti per capire cosa le rendesse orgogliose di essere donne, e le loro risposte ci hanno fatto riflettere. Il denominatore comune di quello che Ndeye, Fatou, Astu, Mame Diarra, Youmane, Aminata, Atta e Fatou ci hanno detto era molto chiaro: “siamo fiere di essere donne per il nostro ruolo di madri e portatrici di vita”. A questo si aggiunge la sfumatura del gestire la propria casa, accudire marito, bambini e genitori, un bouquet di responsabilità casalinghe con cui si identificano con consapevolezza e fierezza. Tutto ciò che una donna fa viene legato alle attenzioni che può dedicare alla sua famiglia, in particolare i figli. Aminata Thimeo, 33 anni, è Presidente di uno dei gruppi in cui si organizzano le donne di Pikine Est, e ci racconta che è spesso per aumentare le proprie risorse e provvedere meglio ai bambini che le donne si uniscono e avviano piccole attività insieme. Fatou Seye, rappresentante di un gruppo di giovani donne locali, rincara la dose: “le donne rappresentano l’umanità perché donano la vita”.

Questo riscontro ci impone di rimettere in discussione ciò che ci aspettavamo dalla domanda posta. La nostra premessa era forse errata: avevamo dato per scontato che le risposte includessero una consapevolezza del potenziale di queste donne in quanto attrici e traino del cambiamento della loro comunità, invece questo aspetto non è stato toccato. O almeno non in questi termini. Le donne qui ripongono un grande valore nel ruolo che la società, e gli uomini, dà loro. E anziché cercare di svincolarsi da esso, come magari ci saremmo aspettate, cercano il modo di costruire un universo di attività e rapporti sociali che ruotano attorno al loro essere madri. Trovano orgoglio e soddisfazione nell’essere le confidenti dei loro bambini che, come ci racconta  Ndeye Choro Fall, al rientro da scuola si gettano tra le braccia delle mamme.

Ruoli netti e definiti da cui non può prescindere alcun lavoro con questa comunità. Un lavoro che non può imporre una ristrutturazione della dimensione di femminilità in base ad una visione occidentale e considerata ‘emancipata’, ma che può invece costruire su questo sentimento di responsabilità verso i propri cari per allargarlo ad un vero senso di solidarietà che vada oltre i confini del proprio nucleo familiare, di cui le donne sono orgogliose ma anche molto protettive. Facce delle stessa stupefacente medaglia che continuano a stupirci, donne che con un bambino legato sulla schiena si svegliano all’alba per andare al mercato, ma poi arrivano impeccabili alla festa di quartiere. Solo un continuo dialogo con le abitanti di Pikine ci può aiutare a comprendere le delicate dinamiche tra uomo e donna, tra pubblico e privato, tra donne che si vedono come madri ma che in realtà sono molto altro ancora.

(a cura delle volontarie in servizio civile del progetto “Empowerment delle donne a Pikine est”)

Un commento per 8 marzo a Pikine Est. Si scrive donna, si legge madre

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