Insediamento del terzo mandato di Evo Morales, decolonizzazione e lavoro minorile in Bolivia: scandalo o riscatto?

Cristiano Morsolin*

 

Con l’inizio del nuovo anno si tracciano bilanci e nuove prospettive. Una notizia particolarmente controversa e’ stata il riconoscimento legale del lavoro minorile a partire dei 10 anni, approvato a luglio nel nuovo codice dell’infanzia della Bolivia.

Il nuovo Codice consente il lavoro in proprio fra i 10 e i 12 anni, essenzialmente vincolato al contesto familiare, il lavoro dipendente fra i 12 e i 14 anni, con l’autorizzazione dei genitori e di organismi come l’ Ombusman dell’infanzia, e quello fra i 14 e i 18 nel rispetto di tutti i diritti lavorativi; fra i 10 e i 14 anni sarà consentito solo a patto che i bambini non sospendano gli studi.

In un contesto dove si stima che 850.000 bambini facciano già parte della forza lavoro, la nuova legge cerca di assicurare che i loro diritti siano protetti, invece che penalizzare o costringere clandestinamente coloro che hanno necessità di lavorare per aiutare le loro famiglie, come succede in Colombia e Peru – come ho documentato nel mio libro “Diversita’ in movimento” (1) presentato a La Paz nel giugno 2011 con il sostegno dell’Ambasciata di Francia, l’Istituto francese di studi andini IFEA e Gardy Costas, vice ministra delle pari opportunita´ del Governo di Evo Morales.

 

Una legge, l’ha definita il Vice presidente della Repubblica Garcia Linera, che rappresenta “un giusto equilibrio” fra la realtà boliviana e i trattati internazionali in materia. Sarebbe stato facile approvare una legge che è conforme alle leggi internazionali,” ha aggiunto, “ma che non si sarebbe potuta rispettare, se non fosse stata resa effettiva.”  Invece, spiega Garcia Linera, abbiamo scelto di redigere “una legge che abbia come suo punto di partenza quello che abbiamo oggi e che delinei un percorso realistico e fattibile per cambiare la situazione lavorativa dei bambini che va oltre le convenzioni internazionali.”

 

Sono piccoli lustrascarpe, minatori, pulitori di lapidi, braccianti nelle fattorie familiari, strilloni che affollano le strade di Santa Cruz o Cochabamba o comunque nelle piccole zone di quell’economia sommersa che gli permette un sostegno familiare riconoscendo la loro dignita´. Sono i bambini boliviani che, per quanto giovani, hanno chiesto (ed ottenuto) a gran voce di poter lavorare e fin dal 2000 si sono organizzati nel “baby sindacato” Unione nazionale dei bambini/e lavoratori UNASBO.

 

Il percorso di una riforma costituzionale in senso “indigenista”

 

Nel 2008, in occasione della riforma costituzionale in senso “indigenista” voluta dal presidente Evo Morales (2), il movimento sociale dei bambini UNATSBO aveva ottenuto un notevole successo, ottenendo che la nuova Costituzione vietasse non il lavoro infantile in quanto tale ma solo le condizioni di sfruttamento in cui viene esercitato. Da una parte, quindi, esso veniva legittimato, dall’altra fortemente regolarizzato con la specificazione di 23 attività vietate ai ragazzi perché considerate pericolose o degradanti.

Jorge Domic, direttore Fondazione “La Paz”, mi spiega che “il lavoro minorile non può essere definito solo dal punto di vista della remunerazione. Il lavoro è un meccanismo di socializzazione che si articola con la vita quotidiana, anche dal punto di vista pedagogico. In questo senso la scuola è uno spazio di lavoro intellettuale e di apprendimento; lo studio non è separato dal lavoro”.

L’Unicef riconosce ai minori il diritto di decidere sulla propria vita quotidiana, distinguendo tra child labour – il lavoro che porta allo sfruttamento, cui è assolutamente contraria – e child work, il lavoro che non ostacola l’istruzione e consente al minore di partecipare all’economia famigliare. «I ragazzi hanno il diritto di lottare contro lo sfruttamento – sottolinea Sandra Arellano, responsabile del settore “Proteccion” di Unicef Bolivia (3).

 

La reazione contraria degli organismi internazionali non si è fatta attendere imponendo al Governo boliviano di trovare un difficile compromesso tra il nuovo codice boliviano, il trattato dell’Ilo  che vieta l’impiego di ragazzi e ragazze sotto i 15 anni di età.

Le organizzazioni non governative Anti-slavery international, Global March, Human rights watch, avevano inviato già a fine gennaio 2014 una lettera aperta al presidente della Bolivia Evo Morales per metterlo in guardia dai rischi rappresentati, secondo loro, da un abbassamento dell’età minima consentita per cominciare a lavorare: “Se a bambini di 12 anni viene permesso di lavorare, saranno esclusi dalla possibilità di avere un’istruzione durante gli anni migliori, quelli formativi. Il rischio è di entrare in una spirale di povertà e analfabetismo al quale è difficile porre fine”.

 

Questa rottura radicale dell’universalismo dei diritti umani fa parte del socialismo comunitario, come spiega cancelliere boliviano e filosofo aymara David Choquehuanca:“i popoli Aymara non si preoccupano quando i bambini lavorano nella comunità andina. I bambini devono lavorare perché assumono responsabilità fin dalla tenera età. L’Occidente afferma che i bambini non devono lavorare. Noi non siamo d’accordo perché il lavoro è felicità perché contribuisce al benessere della comunità, il lavoro non è sfruttamento”.

 

Dove nasce questa chiara contrapposizione con l’Organizzazione Internazionale del lavoro e il modello neoliberale?

 

Considerata la nazione più povera dell’America del Sud, la Bolivia è cresciuta del 6,5% nel 2013, il miglior risultato negli ultimi tre decenni. Tra il 2007 e il 2012, la crescita annuale del PIL è stata del 4,8%.

Il Presidente Evo Morales, primo presidente indigeno del Paese sudamericano ex sindacalista cocalero,  ha ottenuto il suo terzo trionfo nelle elezioni presidenziali dell’ottobre 2014 guadagnando il 61% dei voti.

Da quanto è salito al potere, nel 2006, il boom dei prezzi delle materie prime ha aumentato di nove volte i proventi delle esportazioni nazionali e la Bolivia ha accumulato 15,5 miliardi di dollari di riserve internazionali, ha nazionalizzato le risorse naturali come il gas.

La crescita economica è arrivata in media al 5% annuo, al di sopra del resto della regione. Morales, 55 anni, ha utilizzato questi proventi per creare sussidi per i bambini in età scolare e pensionati. Mezzo milione di persone è uscito dalla povertà.

 

Finora Morales ha speso bene i fondi a sua disposizione, e per qualunque successore sarà molto difficile abbandonare questo percorso di “investimento sociale”. Ha anche dato alla maggioranza indigena voce in capitolo nelle decisioni politiche a livello nazionale.

Va sottolineata la sua capacità di ascoltare le esigenze del popolo boliviano indio – di gran lunga maggioritario – che sino ad allora era stato escluso da qualsiasi progetto d’inclusione prima del suo avvento al potere. Sino ad una ventina d’anni fa nella zona sud di La Paz, quella dei ricchi, era quasi abitudine che i commessi di negozi e supermercati servissero prima i clienti “bianchi” e solo dopo gli indigeni.

Questa rottura decoloniale e opposizione al razzismo, si manifesta anche nel riconoscimento politico dei movimenti dei bambini lavoratori.

Il 23 dicembre 2013 Evo Morales ha invitato al Palazzo Presidenziale i rappresentanti di UNASBO (che annovera 10.000 membri) affermando che i bambini lavoratori sono“una coscienza sociale per il loro appoggio  all’economia famigliare”. Il presidente Evo ha fatto eco alle proposte dei NATs, (Niños y Adolescentes Trabajadores nell’acronimo spagnolo) denunciato anche le ONG che  strumentalizzano per scopi finanziari il tema del lavoro minorile, attraverso una nota diffusa dalla  Camera dei Deputati “Algunas ONGs de Bolivia están manipulando a niños con fines políticos y financieros” (4).

 

Questa alternativa sostenibile fa parte di una serie di proposte ad ampio raggio, raccolte nel mio nuovo libro appena presentato a Roma che documenta il percorso trentennale del Movimento Mondiale dei Bambini/e e adolescenti lavoratori, formatosi fin dagli anni ’70, con lo storico Manthoc in Perù (1976), le organizzazioni di bambini lavoratori, quasi sempre autonome, sono già una fitta costellazione in America Latina, in Africa (dove ENDA-MAEJT organizza 270.000 NATs e ha lo status di osservatore Permanente nel Parlamento Africano –  ed e’ sostenuto da alcune ONG aderenti al CIPSI come Capodarco-Noi Ragazzi del Mondo e Terre Madri-Roma (5) e in Asia.

 

“Mentre si celebra il 66’anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (1948), non dobbiamo dimenticare anche l’impegno dei difensori dell’infanzia e adolescenza che nel mondo lavorano per la pace, la giustizia e l’inclusione sociale e la dignita’ dei bambini/e adolescente lavoratori e in situazione di strada, spesso sfruttati dalle mafie globali”.

Cosi afferma il Deputato Davide Mattiello (PD) che ha incontrato Morsolin Cristiano, per la presentazione del libro “On children’s rights debt – Reconsidering the debates about working and street children in a globalized world”, libro collettivo che raccoglie esperienze dal Messico, dalla Colombia, dal Brasile, dal Senegal, dall’India e dall’Italia (con prologo del Premio Nobel della pace Adolfo Perez Esquivel), documentado il cammino di questo movimento mondiale NATs, partner di alcune storiche organizzazioni aderenti al CIPSI come NATs Per (Treviso) e SAL (Roma).

 

“Sono queste voci che raccontano le alternative, le buone pratiche di cambiamento dal basso, dalla societa’ civile che lotta contro l’emarginazione, che devono interrogare il Sistema delle Nazioni Unite e anche il Governo Italiano per aprire tavoli di lavoro comune tra ONU, societa’ civile,  universita’ e mondo governativo della cooperazione internazionale” ha concluso il Deputato Davide Mattiello, membro della Commissione Parlamentare Antimafia (6).

 

Concludendo, la Costituzione boliviana disegna la costruzione di uno Stato “unitario, sociale e di diritto plurinazionale, libero e indipendente, che offre ascolto a tutti i movimenti sociali sulle scelte riguardanti l’educazione, la salute e la casa”.

Anche in Europa si sta cercando di tradurre questa politica di emancipazione e inclusione politica come dimostra l’esperienza di Podemos in Spagna.

Su questi temi a Bruxelles ho intervistato l’eurodeputata Lola Sanchez (Podemos-Gue Ngl) in occasione di un convegno sulla Bolivia organizzato il 21 gennaio da BELGICANNATs, presieduta dal trevisano Alessandro Magoga, collaboratore di NATs PER (Treviso) – vedi intervista integrale in spagnolo (7).

 

Malgrado l’incomprensione di organismi internazionali – a volte ostaggio di visioni eurocentriche del mondo, il laboratorio boliviano del “Governo dei Movimenti Sociali” sta costruendo un paradigma controcorrente di inclusione e Buen Vivir riconoscendo il principio di autodeterminazione dei popoli e i diritti economici, sociali e culturali, temi che il Presidente Evo Morales ha affrontato il 22 gennaio per l’insediamento del suo terzo mandato costituzionale.

 

 

NOTE

 

 

*AUTORE:

Cristiano Morsolin, esperto di diritti umani in America Latina dove vi lavora dal 2001 analizzando i movimenti sociali e le politiche emancipatorie.

Blog : https://diversidadenmovimiento.wordpress.com/

22 gennaio 2015

 

garcia linera y nats_julio2014 (2)

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