CIE di Bari al di sotto degli standard minimi di dignità. Nonostante il 9 gennaio 2014 il Tribunale di Bari avesse disposto lavori di ristrutturazione ritenuti “indifferibili e necessari”, a quasi cinque mesi dalla sentenza le aree abitative del CIE destinate ai migranti risultano  ancora ben distanti dall’assicurare standard dignitosi di vivibilità. I servizi igienici di alcuni moduli versano in vere e proprie condizioni di fatiscenza. Agli operatori di MEDU è stata vietata la raccolta della documentazione fotografica dei locali. Il centro di Bari, oltre a rappresentare una struttura dai costi umani inaccettabili, conferma ancora una volta l’inefficacia e l’irrilevanza del sistema dei CIE nel contrasto dell’immigrazione irregolare: nei primi quattro mesi del 2014 solo un migrante su tre detenuto nella struttura pugliese è stato effettivamente rimpatriato.

Roma, 3 giugno 2014 – Lo scorso 29 maggio un team di Medici per i Diritti Umani (MEDU) è tornato a visitare il CIE di Bari a due anni dalla prima visita, risalente a luglio 2012, che aveva messo in luce le critiche condizioni strutturali e ambientali in cui versava il centro. La struttura è oggi gestita dal Consorzio Connecting People con un budget giornaliero di 27,8 euro per trattenuto, uno dei più bassi attualmente assegnati per la gestione di un CIE. Come al momento del  primo accesso, quando erano in corso lavori di ristrutturazione in seguito ad una rivolta avvenuta nell’agosto del 2010, anche in occasione dell’ultima visita, il centro risultava solo parzialmente utilizzato – tre moduli su sette, con 74 migranti trattenuti a fronte di una capienza complessiva  di 80 posti al momento della visita e di 112 secondo quanto previsto dalla convenzione per la gestione del centro – a causa di interventi  di ristrutturazione resisi necessari in seguito ad una sentenza del Tribunale di Bari.  Il 9 gennaio infatti, accogliendo le istanze dell’azione popolare promossa dall’associazione Class Action Procedimentale, il giudice aveva fissato un termine perentorio di 90 giorni  per l’esecuzione dei lavori ritenuti “indifferibili e necessari” a garantire le condizioni minime di rispetto dei diritti umani all’interno del CIE.

A quasi cinque mesi dalla sentenza, MEDU ha potuto constatare come  le aree abitative destinate ai migranti risultino ancora ben al di sotto degli standard minimi di dignità. In particolare il team ha avuto modo di visitare sia uno dei moduli interessati dai lavori sia un’area non ancora ristrutturata ma che, nonostante ciò,  continua ad ospitare gli stranieri  trattenuti. Nel modulo interessato dai lavori, la ristrutturazione ha riguardato esclusivamente i servizi igienici mentre il resto dei locali – alloggi, sala mensa e aree comuni- versa ancora in condizioni di grave degrado. Nel modulo non ancora sottoposto ad interventi di manutenzione le condizioni degli ambienti appaiono ancora più precarie. In particolare, al momento della visita, i servizi igienici risultavano del tutto fatiscenti, maleodoranti e parzialmente inutilizzabili. L’odore di fogna è persistente e pervade quotidianamente tutti gli ambienti, inclusa la sala mensa, come testimoniato con insistenza  dai trattenuti presenti e riscontrato in modo diretto dagli operatori di MEDU, i quali non hanno potuto raccogliere nessun tipo di documentazione fotografica per esplicito divieto della Prefettura. L’allestimento di un campo di basket  in prossimità degli alloggi (in ottemperanza a quanto stabilito dal Tribunale), oltre a quello già esistente di calcetto, non è certo misura sufficiente a sanare le carenze strutturali ed igienico-sanitarie del centro e se possibile rende ancora più evidenti, per contrasto, le degradanti condizioni di vita all’interno dei moduli di trattenimento in cui i migranti sono obbligati a trascorrere le loro giornate.

“Qui si rischia di impazzire” è l’espressione più ricorrente usata dai trattenuti in tutti i CIE visitati. “Devi comportarti come una persona molto anziana per sopportare questa attesa. Dormire il più possibile, mangiare quello che ti danno, guardare la tv e ancora dormire” sostiene A., un giovane albanese che vive e lavora in Italia dal 2002, senza essere mai riuscito a regolarizzare la propria posizione.  Secondo quanto dichiarato sia dai rappresentanti della Prefettura sia dagli operatori del centro, l’orientamento generale  adottato al CIE di Bari è quello di non prolungare mai il trattenimento dei migranti oltre i sei mesi, il che rappresenta un’implicita ammissione della totale incongruità dei diciotto mesi previsti dall’attuale legge sull’immigrazione come tempo massimo per la detenzione amministrativa all’interno di un centro di identificazione ed espulsione.

Del resto, il CIE di Bari, oltre ad essere una struttura non in grado di assicurare condizioni di trattenimento dignitose, conferma ancora una volta l’inefficacia e l’irrilevanza del sistema dei CIE nel contrasto dell’immigrazione irregolare come, tra l’altro, chiaramente evidenziato dai dati nazionaliriferiti al 2013. Secondo i numeri forniti dall’ente gestore, infatti,  nei primi quattro mesi del 2014 solo un migrante su tre (il 31%)  transitato nella centro è stato effettivamente rimpatriato. In questo senso, la performance del CIE di Bari risulta addirittura peggiore rispetto alla media già fallimentare degli altri centri italiani.

In considerazione anche delle recenti aperture del Governo circa la definitiva chiusura dei centri di Gradisca d’Isonzo e Bologna, MEDU torna a chiedere il definitivo superamento dei centri di identificazione ed espulsione (vedi le proposte alternative alla detenzione amministrativa nel rapportoArcipleago CIE) e, in coerenza con quanto stabilito dalla normativa europea, la riduzione del trattenimento dello straniero a misura di extrema ratio.  Del resto, gli stessi dati di tutti questi anni (vedi grafico) dimostrano che il sistema dei CIE, oltre che confliggere con alcuni basilari principi di civiltà, non trova giustificazione alcuna nel contrasto dell’immigrazione irregolare.

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