Guerre tra poveri, altra cronaca sulla marcia Perugia-Assisi.

Si è svolta domenica 19 ottobre la Marcia della Pace Perugia Assisi che ci ha visti coinvolti nell’impegno con Funima International. Molte le tematiche scottanti sottolineate dagli organizzatori della marcia.

Perché marciare per la pace in questo 2014? Ha ancora senso esserci?

A queste domande abbiamo voluto rispondere cosi.  La contemporaneità in cui viviamo oggi più che mai si contraddistingue per la guerra. La parola guerra domina i nostri orizzonti materiali e culturali e i nostri pensieri. Mai come oggi la guerra è qualcosa di palpabile, onnipresente ed onnisciente, un’idea ormai assodata del vivere quotidiano. I teatri di questa guerra sono ormai senza limiti. E’ una guerra illimitata ed asimmetrica che coinvolge ogni istante delle nostre vite. Si tratta di un concetto con cui abbiamo imparato a convivere e che, oramai, abbiamo – forse – tristemente accettato. Ma il futuro che si prospetta per questo pianeta ci farà scontrare ancora di più con questa assurdità bellicosa della contemporaneità.

Quando si parla di guerra  oggi non ci si può più riferire solamente ai conflitti armati, seppure questi sono sempre più in aumento nel mondo. Oggi la guerra è il cancro sociale dell’ idea di uomo  schiavo della produzione, del profitto e del denaro. L’apoteosi del paradigma marxista di un’esistente divenuto mezzo e non fine regna all’interno di una logica spietata legata ad un mercato globale che ci ha uniti nel male più che nel bene, che ha saputo acutizzare le differenze di denaro tra i popoli e  massificare i cervelli e le attitudini di molti. La guerra oggi è quella che si combatte sul posto di lavoro per evitare un licenziamento, per i più fortunati che hanno un lavoro. Per altri, soprattutto per noi giovani, la guerra è dentro. Una guerra contro la disoccupazione che dilaga nel nostro paese, ma, ancora più drammatica, una guerra sociale e spirituale. Si vive oggi senza la speranza di poter cambiare il nostro futuro e senza dare un senso al nostro presente, proprio perché l’indefinibile realtà in cui viviamo non permette di attribuire significati ad un’esistenza resa frivola e superficiale da ciò che ci circonda, specie se si attendono i significati dati da un significante che detta regole e nuove mode. L’assurdo culturale ed umano in cui viviamo ci spinge a fare i conti con questa guerra, forse la più terribile, ma anche con guerre lontane. Conflitti senza limiti che non riguardano solo il sud del mondo ma  paesi a noi vicini, pensiamo alla guerra in Ucraina ad esempio, o all’avanzata del “ terrorismo islamico” alle porte dell’Europa. La stessa definizione accademica ormai  in uso nel linguaggio quotidiano di nord e sud del mondo è priva di senso alla luce della crisi globale e bellica che quest’umanità sta attraversando. Il medio oriente,  coinvolto nella sanguinosa lotta fratricida che perdura da oltre sessant’anni, ha visto quest’anno, ancora una volta, l’escalation israeliana contro il popolo palestinese di Gaza, sotto gli occhi silenti dei grandi del mondo e di tutte le nazioni assoggettate al potere israelo-americano. La polveriera irakena ed afghana, dopo anni di menzogne statunitensi, dopo miliardi di dollari spesi e vite umane cadute, oggi è esplosa  in modo inedito e tragico. Il terrorismo internazionale, trovata americana creata a tavolino per creare instabilità in aree strategiche del pianeta, riprende forza più di prima nella nuova veste dell’Isis. La crisi siriana, contornata da disinformazione e plateali assurdità, continua a mietere vittime innocenti. La guerra in Ucraina, ovvero la guerra in casa nostra, nell’Europa moderna ed “unita”, rappresenta un altro conflitto strategico cruciale per gli equilibri mondiali, un evento che ricorda l’eco del conflitto bipolare in chiave contemporanea, quasi a dirci che la guerra fredda non è mai finita. Ed ora l’inizio di una ribellione ad Hong Kong che fa pensare ad un’altra mossa americana per minare i delicati equilibri interni alla dittatura cinese.  E nel frattempo l’allarme ebola nei paesi africani, ci ricorda che la guerra è anche questa oggi giorno, anche un virus, anche un batterio, virtuale o reale che sia, diviene arma del conflitto o causa di esso. E poi l’immigrazione, la guerra silenziosa che si vive in un’Europa fallita, incapace di vera unione, di lungimiranza, di ogni strategia politica ed economica. Migliaia di Cristi morti ammazzati dal silenzio di una comunità internazionale sempre più incapace di agire efficacemente. Uomini, donne e bambini i cui corpi galleggiano nei nostri mari e nelle nostre coscienze. La caduta dei regimi arabi, le primavere arabe guidate e pasciute da Washington oggi mostrano ad un’opinione pubblica cieca e sorda le loro drammatiche conseguenze.

Quale pace in un mondo costellato di guerre senza frontiere?  Guerre tra poveri, guerre di operai, di neri, di gialli, di arabi, di giovani, di disoccupati, di immigrati…guerre di ignoranza, di incoerenza, di menti che hanno smesso di ragionare o che forse non l’hanno mai fatto.

Perché esserci allora a questa Marcia? Dentro mi sono fatta più volte questa domanda. La solita sfilata di politici falsi che si dicono pacifisti e poi militano nei partiti che votano leggi a favore delle armi. Mille incoerenze e falsità. Eppure sono voluta andare anche quest’anno. Il motivo  che mi ha spinto è stato il voler vedere e parlare con tante belle persone, bambini, giovani, adulti, anziani, che erano li, che avevano scelto di dormire in treno per venire alla marcia, di prenotare l’albergo o di organizzare un autobus per esserci. Ero li per vedere l’incedere dei passi di Salvatore Borsellino che con l’Agenda Rossa ha percorso la strada che separa Perugia ad Assisi insieme a sua figlia. Ero li per  parlare con i ragazzi delle terre confiscate alla mafia, per osservare un gruppo di giovani donne musulmane che cercano di spiegare che l’Islam non è l’Isis, per parlare con ragazzi che siedono nei consigli comunali del nord, per guardare il popolo in lotta contro la Tav, gli animalisti, i partigiani dell’Anpi, i ragazzi che tenevano per mano gli striscioni, i nonni che accompagnavano i nipoti anche quest’anno.

Queste presenze mi hanno rincuorato. Ero li per esserci,  anche se saremo sempre pochi rispetto a quello che sta succedendo. Ero li perché vorrei distruggere questo paradigma contemporaneo così inumano e bellicoso, così colmo di violenza; per dire che la guerra non è lontana ma è quella che  viviamo ogni giorno. Ero li perché vorrei che questo mondo cambiasse, che la stessa idea di guerra venga rivista ed aggiornata. Ero li per dimostrare lo sdegno che provo nei confronti delle contraddizioni che definiscono la condizione umana e i popoli del mondo, per poter portare un nuovo paradigma, una nuova versione di quello che tutti insieme, quasi sette miliardi di persone, stiamo vivendo. E’ solo cambiando la nostra mente, il nostro pensiero, la nostra idea di vita e di morte, che possiamo trasformare questo pianeta. E’ solo con le nostre azioni, la prima delle quali è il pensare, il riflettere in modo critico sull’esistenza, che possiamo portare pace in primis nelle nostre menti, oggi più in guerra che mai. E’ così che forse potremmo ripensare alla storia, viverla, scriverla  e rivederla alla luce di altre prospettive ed altre idee che spero, un giorno non lontano, guideranno i cammini di miliardi di uomini e donne che hanno scelto di ripensare al futuro iniziando a vivere un nuovo presente.

 

Francesca Panfili

 

Guerre tra i poveri

 

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