di Luciano Scalettari

La prima puntata è andata in onda. La trasmissione poteva costituire la “prima volta” del Sud del mondo in prima serata. E invece, al posto dei profughi e degli operatori umanitari, il programma rende protagonisti i personaggi famosi. Anche se non sanno di cosa stanno parlando. Il trionfo del dilettantismo e della noia.

Bene. Ora finalmente l’abbiamo vista. La prima puntata di Mission è andata in onda. Le polemiche montavano da questa estate. Gli accusatori puntavano l’indice sull’immoralità di fare un reality sui profughi e sui disperati della terra, e si chiedeva cosa potessero entrarci con i rifugiati i Vip coinvolti nelle quattro puntate (Albano, Michele Cucuzza, Barbara De Rossi, Paola Barale, Emanuele Filiberto di Savoia, e via di questo passo).

La difesa – oltre alla Rai, i due organismi umanitari che guidano la troupe Rai e i personaggi famosi fra sfollati e profughi, cioè Intersos e Unhcr, l’Alto Commissariato per i rifugiati dell’Onu – a sbracciarsi per sostenere che non si tratta di un reality e che la trasmissione è seria.
Ebbene? Primo. È vero, non è un reality. Secondo. Non è vero, non è una “trasmissione seria”. È solo una gigantesca occasione sprecata. Quello che ci ha fatto vedere Rai 1 è Albano (sempre rigorosamente in cappellino bianco e sciarpetta) e gli altri Vip che fingono di dare una mano, di costruire case, di confortare i derelitti, di montare tende del campo. Ci hanno fatto vedere Albano e gli altri Vip che ci raccontano quanto sono commossi, i ricordi della loro infanzia e come hanno passato la dura giornata in fuoristrada per raggiungere gli insediamenti dei profughi. Sullo sfondo sono comparsi qua e là gli operatori umanitari e i rifiugiati stessi. Ossia, gli unici che avrebbero dovuto essere protagonisti della trasmissione. E gli unici che avevano davvero cose, molte e interessanti, da raccontare.

La parte della trasmissione “da studio”, poi, come definirla? Una grigia messinscena. Ancora con i Vip che ci raccontano, di nuovo, quanto sono toccati dall’esperienza e cosa hanno provato nei dieci giorni africani.

Peccato. L’occasione era straordinaria: la fascia oraria di maggiore ascolto, il canale televisivo più seguito, un ingente investimento di risorse… poteva essere una grande opportunità per portare davvero il Sud del mondo in prima serata.

Invece, quello che resta in mente è un grosso marchettone prenatalizio e l’ossessiva ripetizione di mandare gli sms solidali: si parla di rifugiati per chiedere soldi, ancora una volta, agli spettatori. In definitiva, Mission è una grande noia, condita con un po’ di fastidio. E stando allo scarso share della prima puntata, gli spettatori lo confermano.

Nelle scorse settimane un comunicato congiunto di Intersos, Rai e Unchr scriveva: “Il grande pubblico avrà la possibilità di vedere – senza finzioni sceniche – come realmente si svolge la giornata tipo in un campo rifugiati e di conoscere da vicino i problemi di chi vive e lavora nel campo, ovvero i rifugiati e gli operatori umanitari”.

Se questa era l’intenzione, tutto ciò non l’abbiamo vistoO meglio, l’abbiamo intravisto – edulcorato e “sterilizzato” – dietro la sciarpetta di Albano.

Soprattutto, non abbiamo visto quello che un campo di rifugiati realmente è: un girone infernale, un luogo di sofferenza estrema. Né abbiamo visto cosa realmente ci vanno a fare gli operatori umanitari: un lavoro durissimo, spesso rischioso, operando in condizioni spesso difficilissime.

La verità è che non esiste una “giornata tipo” – come recitava il comunicato – per profughi e sfollati. Esiste ogni singolo essere umano che vive un’esperienza drammatica di fame, malattia, debolezza, depressione profonda, estremo disagio, sofferenze prolungate, senso di violazione della propria intimità, promiscuità estrema, dolore infinito per aver perso la propria casa e per aver dovuto lasciare il proprio Paese, talvolta per dover assistere impotente alla morte dei propri cari. Un campo profughi è la negazione della dignità umana.

Vien da chiedersi perché la Rai ha voluto realizzare un programma spazzatura di questo genere quando, contemporaneamente, ha cancellato trasmissioni come “C’era una volta”, quando lesina le risorse a “Radici”, quando nega regolarmente gli spazi ai servizi di alto livello che i suoi stessi corrispondenti dalle sedi del Sud del mondo sanno realizzare quotidianamente.

Ci si domanda anche se il prezzo della visibilità per l’Unhcr e Intersos – due splendide e storiche realtà del mondo dell’umanitario – è così elevato da spingere le organizzazioni a turarsi naso e occhi di fronte all’esito di Mission.

Ma non c’è solo questo. Se Piero Angela vuole parlarci della ricerca scientifica o di qualche determinato fenomeno, chiama in trasmissione professori universitari, ricercatori, scienziati, e dà loro la parola. Se Milena Gabanelli vuole approfondire un argomento d’inchiesta, mette in campo giornalisti investigativi di prim’ordine, veri mastini del giornalismo d’approfondimento. E se Michele Mirabella parla di salute e benessere, porge il microfono a medici ed esperti con  la massima competenza e autorevolezza.

Per l’Africa, per i rifugiati, questo evidentemente non serve. Basta quello del “Ballo del qua qua”, basta una presentatrice, una velina, basta il Savoia delle canzoni melense a Sanremo. Che importa se non sanno di cosa stanno parlando? Non è questa una forma sottile di razzismo? Tanto più se – come dicono gli ideatori del programma – non è reality ma social Tv. Tanto più se l’intenzione è quella di far vedere cosa significa vivere da rifugiato e operare in un campo profughi. Di sicuro non erano razzistiche le intenzioni. Ma lo è il risultato.

Peccato. Poteva essere una grande occasione. E avrebbe potuto aprire la strada ad altre idee, ad altri esperimenti, ad altri modi per parlare in Tv del Sud del mondo. Un’occasione sprecata.

Fonte: Famiglia Cristiana, autore Luciano Scalettari

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