LasciateCIEntrare – URGENTE esposto al Comitato Prevenzione Tortura del Consiglio d’Europa –

Carissimi tutti,

come campagna stiamo seguendo giornalmente la questione delle rivolte nei CIE, ed in particolare su Ponte Galeria la protesta dei migranti che si sono cuciti la bocca, con ingressi con i parlamentari praticamente quotidiani.

Ma abbiamo anche seguito quanto accaduto a Lampedusa, ovvero dopo l’autoreclusione del deputato PD Khalid Chaouki, la “liberazione” dei migranti spostati in altri centri di accoglienza (stiamo cercando di capire dove) ma soprattutto la permanenza dei 17 migranti vittime e testimoni dei naufragi di ottobre, che devono rimanere a disposizione della magistratura.

Siamo preoccupati della loro sorte e dopo un lavoro praticamente no-stop delle del nuovo coordinamento della campagna, abbiamo deciso di inviare un APPELLO alla stampa e alle istituzioni, così come un ESPOSTO al Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa, al Comitato per la Prevenzione della Tortura del Consiglio d’Europa, all’UNHCR, alla Commissione dell’Unione Europea e al Comitato Europeo per i Diritti Sociali.

Trovate a seguire l’APPELLO firmato dalla campagna LasciateCIEntrare che vi preghiamo di diffondere attraverso i vs mezzi e canali, e l’ESPOSTO (SCARICA ALLEGATO: esposto.cpt.ultimaversioneche invece deve essere firmato ed inviato individualmente da chi di voi lo ritenesse opportuno e necessario.

 APPELLO CONTRO L’ ILLEGITTIMA LIMITAZIONE DELLA LIBERTA’ DI

17 MIGRANTI VITTIME DEL NAUFRAGIO A LAMPEDUSA

 

A seguito dei drammatici naufragi dello scorso ottobre a Lampedusa, la campagna LasciateCIEntrare denuncia che ad oggi ben 17 migranti sono ancora trattenuti nel Centro di prima accoglienza ed assistenza dell’isola in condizioni di grave limitazione della loro libertà personale. Secondo quanto dichiarato dal ministro Alfano in Parlamento, per la necessità di essere sentiti dall’autorità giudiziaria inquirente, sembrerebbe in qualità di persone informate sui fatti nel procedimento presso il Tribunale di Agrigento contro i presunti scafisti, o contro i responsabili del reato di tratta ( dunque con la competenza della DDA di Palermo) con le forme dell’incidente probatorio (una anticipazione della formazione della prova alla fase delle indagini rispetto a quella propria del dibattimento).

Se è legittimo che gli inquirenti procedano ad acquisire le loro testimonianze senza attendere il giorno dell’eventuale processo, perché i testimoni nel frattempo potrebbero non essere più reperibili o essere sottoposti a violenza o minacce per dichiarare il falso, altrettanto non può dirsi se, per salvaguardare il buon esito delle indagini, costoro sono mantenuti in una sorta di “prigionia di fatto” nello stesso centro di Lampedusa ove loro stessi hanno documentato la sottoposizione a trattamenti disumani e degradanti, che ha aperto un squarcio drammatico sull’accoglienza che si trasforma in detenzione amministrativa, non solo a Lampedusa, ma anche nel resto d’Italia.

Occorre  ricordare che quello di Lampedusa non  è un Centro di identificazione ed espulsione, ma un Centro di primo soccorso ed accoglienza, utilizzato impropriamente come un CIE, e che comunque i 17 migranti non risultano essere sottoposti a provvedimenti di respingimento immediato o differito né ad espulsione, pertanto non vi è alcun titolo per il loro trattenimento “di fatto”, tant’è che la loro privazione della libertà non è stata convalidata da alcun giudice.

Sarebbero solo ragioni di opportunità legate al buon esito delle indagini a tenerli lì, ma ciò non è consentito. Infatti, la nostra Costituzione prevede – all’art. 13 – che ogni forma di restrizione della libertà personale possa essere adottata solo nei casi espressamente previsti dalla legge e a seguito di un provvedimento di un giudice: presupposti che difettano entrambi nel caso in discussione, non c’è legge e non c’è atto giudiziale che consenta questa operazione.

Diverso sarebbe se costoro fossero indagati per reati che consentano l’emissione di misure cautelari personali, ma così non è, infatti nessuna misura è stata adottata nei loro confronti, né il reato di ingresso illegale consente l’applicazione di misure coercitive. Non risulta neppure che siano indagati per il reato di immigrazione clandestina, che comunque non prevede misure limitative della libertà personale, salvo la successiva espulsione e quindi l’eventuale trattenimento in un CIE.

Nemmeno l’eventuale dubbio sulle  loro generalità e l’assenza di documenti di identificazione può comportare il trattenimento di fatto, posto che la sottoposizione al c.d. “fermo per identificazione” non può superare le 12 ore, e qui la situazione perdura da mesi!

Inoltre, si tratta di testimoni e vittime di gravi reati che andrebbero protetti e tutelati tramite il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi di giustizia,  previsto (art. 11, lett. c bis) DPR 394/99) proprio nei casi in cui la presenza dello straniero nel territorio dello Stato sia indispensabile in relazione all’accertamento di gravi reati, esattamente come nel caso in esame.

E invece di utilizzare gli strumenti normativi esistenti, le istituzioni italiane preferiscono violare palesemente la legalità nei confronti di categorie vulnerabili, già vittime di trattamenti inumani e degradanti perpetrati da aguzzini improvvisati e prezzolati, piegandola ad esigenze di tutela di indagini a fini di giustizia sulla pelle di inerti migranti.

Chiediamo la immediata cessazione del trattenimento dei 17 profughi ancora rinchiusi nel CPSA di Contrada Imbriacola a Lampedusa e la immediata riconversione del centro alla sua originaria destinazione di struttura di “prima accoglienza e soccorso” dove i migranti dovrebbero transitare per un massimo di 48-72 ore, come richiesto peraltro in un recente rapporto di ME.DU ( Medici per i diritti dell’Uomo) e come da tempo sollecitato da tutte le più importanti associazioni ed agenzie umanitarie, come ASGI, CIR, ACNUR.

Su questa vicenda e più in generale sulle modalità di trattenimento dei profughi giunti negli ultimi mesi a Lampedusa sarà intensificata una campagna di denuncia e di mobilitazione, ricorrendo anche alle istanze della giustizia internazionale e raccogliendo ulteriori testimonianze su come l’accoglienza dei migranti si stata spesso trasformata in detenzione amministrativa senza titolo.

 

27 dicembre 2013

 

campagna LasciateCIEntrare

www.lasciatecientrere.it

FB LasciateCIEntrare

Iscriviti alla nostra Newsletter

 

Contatti

Largo Camesena 16, piano 4°, int. 10 - 00157 ROMA

Tel. +39 06 54 14 894
Fax +39 06 59 600 533

C.F. 97041440153

Commenti e suggerimenti: cipsi@cipsi.it
Posta certificata Cipsi: cipsi@pec.cipsi.it

Solidarietà e Cooperazione CIPSI

Solidarietà e Cooperazione CIPSI è un coordinamento nazionale, nato nel 1985, che associa 30 organizzazioni non governative di sviluppo (ONGs) ed associazioni che operano nel settore della solidarietà e della cooperazione internazionale.

Solidarietà e Cooperazione CIPSI è nato con la finalità di coordinare e promuovere, in totale indipendenza da qualsiasi schieramento politico e confessionale, Campagne nazionali di sensibilizzazione, iniziative di solidarietà e progetti basati su un approccio di partenariato. Opera come strumento di coordinamento politico culturale e progettuale, con l’obiettivo di promuovere una nuova cultura della solidarietà.