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Le parole truffaldine della politica

Mai, forse, come in questi anni, c’è stata tanta invasione di parole da parte della politica. Non c’è sera, ad esempio, in cui in una qualche rete televisiva non vi sia un talk-show, dove si confrontano i politici di turno. Sempre gli stessi. Sempre a ripetere le solite cose.

Intanto la ricchezza nel mondo – e nel nostro paese – si concentra sempre più nelle mani di pochi, relegando la gente comune – una volta si sarebbe detto “popolo”, ma oggi il termine è tabù – alla lotta quotidiana per la sopravvivenza. Di più, mettendo in campo altre parole che spingono i più poveri a mettersi in lotta tra di loro. A tutti infatti, si dice, sono date le stesse “opportunità”. Basta lottare gli uni contro gli altri. Però, la parola “lotta” richiama la “lotta di classe”, che non fa più parte del linguaggio corretto nel politically correct.

Ormai c’è un’ortodossia liberista che va difesa a ogni costo. Un’ortodossia basata su dogmi infallibili, ai quali nessuno può sottrarsi. Parole come “mercato”, “liberalizzazioni”, “privatizzazioni”, “competitività”, “meritocrazia”, “flessibilità”, “costo del lavoro”, “pareggio di bilancio” continuano a essere ripetute senza mai entrare nel merito. Un vocabolario che tutti sono costretti ad accettare come parte essenziale del nuovo verbo liberista. In questo modo si perpetua, all’incontrario, la “lotta di classe. Ma questa volta fatta dai ricchi contro i poveri. In nome del “pareggio di bilancio” si continuano a tagliare le spese cosiddette “improduttive”, riducendo sempre più lo stato sociale e togliendo diritti ai più deboli.

Proprio in questi giorni esce in Francia un libro di Jack Dion, dal titolo significativo: “Le mépris du Peuple”. Una vera e propria accusa soprattutto nei confronti della sinistra, che ha svenduto tutti i propri ideali al dogma liberista. “Sinistra”, anche questa una parola ormai vuota. Tanto che il segretario generale della Fiom, Landini, è arrivato a dire: “Renzi dice che la riforma del lavoro è di sinistra. Allora io non sono più di sinistra”.

“Quando – scrive Dion – i partiti che si succedono al potere si trasformano in strumenti di difesa dell’ordine stabilito, il popolo diventa un nemico, simboleggia un pericolo potenziale”. E qui entrano in gioco altre due parole.

La prima è “populismo”. Una parola pronunciata con disprezzo dai politici di professione, che cercano in questo modo di esorcizzare la rabbia popolare. Per loro – lo dicano o non lo dicano è la stessa cosa – non esiste altra politica che quella dettata dall’ortodossia liberista. E tutto ciò che cerca di liberarsene viene immediatamente denunciato come “antidemocratico” e pericoloso. Quando è sotto gli occhi di tutti che la politica europea ha resa vuota la democrazia, sottoponendola ai dogmi proclamati dalle élites economiche e dalle Borse finanziarie. Così si è messo “il popolo in quarantena e la rappresentanza in ibernazione”.

Secondo Dion la seconda parola è “riforme”, che altro non sono che controriforme regressive per continuare a concentrare le ricchezze nelle mani di pochi. Basta guardare alle riforme proposte e realizzate nel nostro paese: riduzione dei diritti e della rappresentanza; eliminazione di luoghi dedicati alla partecipazione e alla democrazia. Non vanno forse in questa direzione la riforma costituzionale, la nuova legge elettorale, la riforma del lavoro e via di seguito? Con una caratteristica tipicamente nostrana: tutte riforme che intaccano l’impianto istituzionale del paese, votate da un parlamento eletto con una legge elettorale dichiarata incostituzionale. Proprio perché sia nella formazione delle liste, sia nel premio di maggioranza, non assicura la “rappresentanza” dei cittadini.

Parole truffaldine e vuote, quelle della politica. Perché ormai essa è stata occupata da comitati di affari che cercano soltanto di captare il consenso per gestire il potere. Senza alcun progetto politico, senza alcun ideale. Dove gli unici valori restano quelli monetizzabili.

Parole vuote che escludono il “popolo” e i “poveri”, facendo del mondo il campo dove a giocare sono solo loro. Quelli che maneggiano a modo loro il “vocabolario”, rendendolo funzionale al progetto di concentrare sempre più le ricchezze in mano di pochi.

Forse è arrivato il tempo in cui il “popolo” si riappropri del vocabolario e riprenda a conoscere e a declinare le parole di una vera e propria rivoluzione. Quella rivoluzione “nonviolenta” di cui Papa Francesco, giorno dopo giorno, sta dettando le nuove parole.

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