COOPERAZIONE, UNA “LEGGE GIA’ VECCHIA”, SI PRIVILEGIANO GLI AIUTI AGLI STATI NON ALLA POLITICA DEI DIRITTI.

Secondo Guido Barbera, presidente del Cipsi, la nuova legge ha un’impostazione che punta ad aiutare i Bilanci e lo sviluppo economico, anziché puntare sul bene comune. E poi: il 75% dell’alimentazione mondiale è prodotta dalle famiglie, perché ostinarsi a promuovere i latifondi e le monoculture?

di Stefano Pasta

“Troppa euforia per una legge che nasce vecchia”. Così smorza gli entusiasmi ilCipsi, il coordinamento di 28 associazioni di Cooperazione internazionale nato nel 1985, con l’obiettivo di promuovere una cultura della solidarietà. Certo, gli elementi positivi ci sono – “essere riusciti a fare un passo avanti dopo 27 anni, la costituzione di un’agenzia della Cooperazione, l’allargamento dei soggetti riconosciuti (tra cui le associazioni di immigrati), il controllo parlamentare e il riconoscimento di un viceministro delegato” – ma “è mancato il coraggio di un vero salto di qualità, o meglio di identità, della nostra Cooperazione”. Ne parliamo con Guido Barbera, presidente del Cipsi.

Perché parlate di una legge già vecchia?

La legge continua i lavori avviati nelle precedenti legislature, ed in particolare il testo Tonini-Mantica, ma nasce sulle basi di proposte superate dalla storia. Mentre serve una Cooperazione non allo sviluppo ma alla convivenza, la strada intrapresa antepone mercato e competitività ai diritti di ogni persona, rischiando di abbandonare i paesi che non interessano a nessuno. Sembra quasi voler rispondere alle necessità di accontentare tutti: anche imprese commerciali e con finalità di lucro, comprese le banche, diventano improvvisamente “soggetti della cooperazione”. La politica di chi pensa di dover avere di più per poter “aiutare gli altri” non ha mai funzionato, ma ha invece aumentato la povertà, dato che è una politica di sfruttamento per ridistribuire le briciole.

Quale filosofia ne è alla base?

Quella della politica di sviluppo europea: l’Ue è il più grande donatore al mondo, ma la sua azione si è via via fondata sulla competizione e sullo sviluppo economico. A partire dalla Commissione presieduta da Prodi, è stato avviato l’aiuto al Bilancio, cioè fondi al singolo Stato per far fronte alle necessità prioritarie sulla base di programmi concordati; Prodi stesso ha riconosciuto la debolezza delle istituzioni di questi paesi, spesso corrotte e senza formazione adeguata. Al contrario, i risultati concreti nella vita quotidiana sono quelli raggiunti con l’attività delle aggregazioni locali, specialmente dalle donne. Nonostante ciò, si continuano ad aumentare gli aiuti di Stato – oggi già oltre il 60% – e a considerare poco la società civile, che accede al 10-15% degli stanziamenti. Che senso ha? Bisognerebbe investire in azioni semplici e dirette della società civile locale, delle donne, del microcredito, limitando i grandi progetti e programmi, che assorbono costi di gestione elevati e portano a livelli di burocrazia schiacciante.   

Cosa vuol dire mettere al centro della Cooperazione una politica dei diritti e dei beni comuni?

Il recente viaggio in Africa del premier era chiaramente finalizzato alle relazioni con alcuni mercati chiave per le nostre imprese. Eni investirà 50 miliardi in Mozambico per garantirsi 24 miliardi di metri cubi di gas, ma è la stessa azienda che a Gela sta lasciando senza lavoro 3.500 operai. Come è possibile spiegare agli italiani che si fa Cooperazione chiudendo posti di lavoro qui, per investire in Africa? Un altro esempio: se il 75% dell’alimentazione mondiale è garantita dalla produzione familiare, perché ostinarsi a promuovere i latifondi e le monoculture? Questa non è Cooperazione, è piuttosto sfruttamento e ingiustizia.

Il DdL è già stato approvato da Camera e Senato: c’è margine di miglioramento?

Se dovessimo essere coerenti, dovremmo continuare a chiedere, come ha fatto Padre Zanotelli, di riscrivere il testo, ma sappiamo che in politica regna il compromesso. Fondamentale saranno i regolamenti applicativi. Bisognerebbe almeno non relegare la Cooperazione agli Esteri, ma creare un Ministero della Cooperazione o una cabina centrale alla Presidenza del Consiglio; allo stesso modo, sarebbe opportuno determinare meglio alcuni principi per la partecipazione dei vari soggetti e dare maggiore attenzione alle azioni per l’ambiente e i beni comuni. Va poi promossa la cultura della Cooperazione e solidarietà a partire dalla scuola: invece, a  luglio, il Ministero ha approvato tre soli progetti di Educazione allo Sviluppo, con meno di 900mila euro di stanziamento.
 

Fonte: Repubblica, http://www.repubblica.it/solidarieta/cooperazione/2014/08/03/news/legge_cooper_zione_cooperazione_le_critiche_del_cipsi_a_una_legge_gi_vecchia-93050667/

Iscriviti alla nostra Newsletter

 

Contatti

Largo Camesena 16, piano 4°, int. 10 - 00157 ROMA

Tel. +39 06 54 14 894
Fax +39 06 59 600 533

C.F. 97041440153

Commenti e suggerimenti: cipsi@cipsi.it
Posta certificata Cipsi: cipsi@pec.cipsi.it

Solidarietà e Cooperazione CIPSI

Solidarietà e Cooperazione CIPSI è un coordinamento nazionale, nato nel 1985, che associa 30 organizzazioni non governative di sviluppo (ONGs) ed associazioni che operano nel settore della solidarietà e della cooperazione internazionale.

Solidarietà e Cooperazione CIPSI è nato con la finalità di coordinare e promuovere, in totale indipendenza da qualsiasi schieramento politico e confessionale, Campagne nazionali di sensibilizzazione, iniziative di solidarietà e progetti basati su un approccio di partenariato. Opera come strumento di coordinamento politico culturale e progettuale, con l’obiettivo di promuovere una nuova cultura della solidarietà.