4 marzo 2013 – Mali: evitare il protrarsi della crisi umanitaria attraverso l’impegno per la riconciliazione
A quasi due mesi dall’intervento francese in Mali, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) continua a registrare un elevato numero di sfollati all’interno del paese e di rifugiati nei paesi circostanti, dove in alcuni casi il flusso è addirittura in aumento. Nonostante il miglioramento nelle condizioni di sicurezza in alcune aree, il timore di tornare a casa resta diffuso.
Secondo le stime, questa crisi ha sradicato dalle proprie aree d’origine circa 430 mila persone, di cui 260.665 sono ancora sfollate all’interno del Mali mentre 170.300 hanno cercato rifugio nei paesi limitrofi: 71.624 in Mauritania, 47.205 in Burkina Faso, circa 50mila in Niger e 1.500 in Algeria. Il numero di sfollati che fanno ritorno a casa resta ancora basso, nonostante il collegamento autobus tra Bamako e Gao sia stato ripristinato la scorsa settimana e le barche tra Mopti e Timbuctu abbiano ripreso a viaggiare.
Sia tra gli sfollati che tra i rifugiati la principale preoccupazione resta la mancanza di sicurezza. I continui combattimenti, gli attacchi suicidi, le rappresaglie contro alcune comunità, la presenza di mine e ordigni inesplosi nelle regioni di Mopti, Gao e Timbuctu continuano a ritardare la decisione di rientrare a casa. Tendenza rafforzata dall’assenza di servizi nelle regioni del nord, dove le scuole funzionanti sono poche e in molte città e villaggi le autorità governative sono ancora assenti.
Per coloro che sono fuggiti dal Mali, in maggioranza tuareg o arabi, un’ulteriore difficoltà è costituita dalle questioni etniche. Il timore di rappresaglie è diffuso, così come quello della criminalità o della presenza di jihadisti all’interno della comunità. Tali preoccupazioni si riflettono nel fatto che, mentre il numero complessivo di rifugiati è più basso rispetto ad alcune settimane fa, continua allo stesso tempo a registrarsi un flusso in uscita dal paese, sebbene di proporzioni limitate. Nel mese di febbraio la media di arrivi in Mauritania superava i 1.500 casi alla settimana, principalmente dalle aree di Lere, Goundam, Gnoufonke e Timbuctu. In Burkina Faso e Niger il numero di rifugiati è invece stabile.
Pertanto l’UNHCR considera necessario e urgente un impegno mirato alla riconciliazione, congiuntamente a un’azione per contrastare l’impunità, al fine di incoraggiare la coesistenza pacifica tra le comunità, di contribuire alla stabilizzazione e alla sicurezza nel lungo periodo e di evitare che la crisi di sfollati e rifugiati del Mali si protragga per lunghi periodi. A questo scopo l’Agenzia sta pianificando le proprie azioni a sostegno della riconciliazione sia nelle aree di origine e di destinazione degli sfollati, che all’interno dei campi di rifugiati.
Fonte UNHCR .

 

 

Aggiornamento dell’1 febbraio 2013.

AMNESTY: ESECUZIONI EXTRAGIUDIZIALI, CIVILI UCCISI E BAMBINI SOLDATO.

“Tutte le parti coinvolte nel conflitto in Mali stanno mettendo a rischio la popolazione civile”: lo denuncia Amnesty international al termine di una missione di dieci giorni in Mali. Secondo le ricerche effettuate sul campo, le forze armate del Mali “hanno commesso gravi violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario, tra cui esecuzioni extragiudiziali di civili”. Stesso il giudizio nei confronti dei gruppi armati islamisti, “responsabili di uccisioni illegali e del reclutamento di bambini soldato”. Inoltre, almeno cinque civili, tra cui tre bambini, sono stati uccisi in un attacco aereo eseguito nell’ambito dell’operazione congiunta tra Francia e forze armate del Mali per fermare l’offensiva dei gruppi armati islamisti. “Mentre continuano i combattimenti – ha dichiarato Gaetan Mootoo, ricercatore di Amnesty sul Mali -, tutte le parti coinvolte devono garantire il rispetto del diritto internazionale umanitario, assicurando in particolare che i prigionieri siano trattati in modo umano e che vengano prese tutte le precauzioni per ridurre al minimo i danni ai civili”. Nel corso della sua missione in Mali, la delegazione ha svolto ricerche nelle città di Ségou, Sévaré, Niono, Konna e Diabaly.

Il 10 gennaio, alla vigilia dell’intervento francese, le forze armate del Mali hanno arrestato e poi sottoposto a esecuzione extragiudiziaria oltre due dozzine di civili, soprattutto a Sévaré. Testimoni oculari hanno visto i soldati gettare diversi corpi in un pozzo nel distretto di Wailudé e sparare all’interno del pozzo due o tre scariche di arma automatica. Secondo i racconti fatti ad Amnesty, le forze di sicurezza prendono di mira persone sospettate di avere rapporti coi gruppi armati islamisti, spesso per indizi assai tenui come i vestiti che indossano o le loro origine etniche. “Molte persone hanno un’autentica paura di essere arrestate dai militari o di fare una fine anche peggiore. Le forze di sicurezza devono garantire che i civili siano tutelati da ogni rappresaglia basata sull’etnia o su presunte simpatie politiche – ha affermato Mootoo -. Chiediamo alle autorità di avviare immediatamente un’inchiesta indipendente e imparziale su tutte le notizie di esecuzioni extragiudiziali da parte delle forze armate e di sospendere dal servizio chiunque sia sospettato di aver preso parte a violazioni dei diritti umani”.

Fonte: Agensir

 

COMBATTIMENTI INCESSANTI, NUOVI ESODI E ALLARME PER CARENZA DI CIBO

(aggiornamento), 22 gennaio 2013 – Proseguono i bombardamenti aerei e i combattimenti in Mali e la popolazione continua a fuggire nei paesi limitrofi in cerca di un rifugio sicuro.
Dallo scorso 11 gennaio, 4.208 rifugiati maliani sono arrivati in Mauritania. Dopo la registrazione nel centro di transito di Fassala, vengono condotti nel campo di Mbera – a distanza di sicurezza dal confine – che già ospita 55.221 persone fuggite in precedenti esodi.
Sono invece 1.300 i nuovi rifugiati che adesso si trovano in Niger, provenienti soprattutto da Menaka e Anderamboukane.
Nello stesso periodo, 1.829 nuovi rifugiati si sono riversati nel Burkina Faso. Si tratta principalmente di Tuareg e Songhai provenienti dalle regioni di Gossi, Timbuktu, Gao e Bambara Maoude. Per facilitarne l’accoglienza l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ha installato due strutture a Inabao, la località al confine con il Mali che al momento costituisce il principale punto d’entrata per i rifugiati. L’agenzia partner Plan Burkina inoltre ha ripristinato una pompa manuale per l’acqua e allestito servizi igienici d’emergenza. Questi interventi sono mirati in parte anche a prevenire possibili tensioni con la popolazione locale.
Attacchi aerei e combattimenti: queste – raccontano i rifugiati agli operatori UNHCR – le principali ragioni della fuga, ma anche il timore per l’applicazione della Sharia, la crescente carenza di cibo e carburante nei mercati tradizionali, che ormai non sono più in grado di funzionare. La scarsità di cereali induce gli allevatori a uccidere qualcuno dei loro animali – per potersi sfamare – o a cercare di venderli. Alcuni rifugiati si spostano su auto private o camion, ma molti sono arrivati dal Mali a piedi o su asini. Molti dei nuovi arrivati, poi, sono in attesa che i loro famigliari li raggiungano nei prossimi giorni.
Prosegue così l’assistenza da parte dell’UNHCR e delle agenzie partner nei campi del Burkina Faso del Niger e della Mauritania, attraverso la fornitura di acqua potabile, impianti igienico-sanitari, cibo, alloggi, cure mediche e istruzione.
In Burkina Faso, autoveicoli fanno la spola con la frontiera per raggiungere coloro che non ce la fanno più a camminare, mentre continuano le operazioni di trasferimento dei rifugiati dalle aree di frontiera verso zone interne più sicure. Lo scorso 19 gennaio un convoglio con a bordo 568 rifugiati ha lasciato i siti di Ferrerio e Gandafabou – nella regione settentrionale del Sahel – diretto verso la località di Goudebou, vicino alla città di Dori. Il sito di Ferrerio d’ora in poi verrà utilizzato solo come centro di transito per i nuovi arrivati, in attesa che vengano trasferiti a Goudebou. Finora – dal mese di ottobre – sono 4.737 i rifugiati rilocati dalle aree di frontiera dall’UNHCR. Complessivamente i rifugiati maliani in Burkina Faso sono 38.776.
Includendo nel calcolo anche coloro che sono fuggiti questo mese, sono circa 147mila i maliani che hanno cercato rifugio nei paesi limitrofi dall’inizio della crisi nel gennaio 2012. Altre 229mila persone sono sfollate all’interno dello stesso Mali, in fuga soprattutto dalle aree di Kidal, Timbuktu, e Gao.
Anche per gli sfollati – come per i rifugiati – le necessità immediate sono quelle relative ad acqua, cibo, alloggio e cure mediche. Le condizioni di vita per loro sono particolarmente precarie: è urgente il bisogno di cibo, ma anche di istruzione, salute, alloggi e assistenza per i bambini più piccoli. L’UNHCR e le agenzie partner cercano di far fronte a questa situazione attraverso la promozione di piccole attività economiche nella capitale maliana Bamako. Attualmente poi l’accesso umanitario in altre aree del Mali, è gravemente limitato a causa delle difficili condizioni di sicurezza.

Fopnte: UNHCR

17 gennaio 2013 – Stiamo seguendo con preoccupazione questa situazione molto complessa che richiederebbe una seria valutazione politica, non semplici decisioni interventistiche che è difficile ritenere come normale amministrazione di un governo dimissionario. Segnaliamo alcuni approfondimenti. Quanto è legittima la nuova “coalizione dei volenterosi”? (Da ISPI,  Paolo Guido Spinelli) e un articolo di Fatoumata Ki-Zerbo (fonte Cipsi).

 

La nuova “coalizione dei volenterosi”: quanto è legittima? di Paolo Guido Spinelli

L’intervento militare francese in Mali che si sta sviluppando in queste ore suscita qualche interrogativo non ozioso sul piano della legittimità internazionale e su quello delle strategie politiche perseguite dalla Francia sul continente africano e nel mondo.

Le autorità di Parigi e la maggioranza dell’opinione pubblica transalpina ritengono che il ricorso alle armi, falliti i tentativi diplomatici esperiti nei mesi scorsi, si iscriva nella cornice multilaterale della risoluzione 2085 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, adottata il 20 dicembre 2012. E giustificano la subitaneità dell’iniziativa militare con una precisa richiesta di aiuto che sarebbe stata rivolta dal Capo dello Stato maliano ad interim Diacounda Traoré e con le implicite domande di sostegno nel frattempo pervenute da parte di altri governanti africani dei paesi limitrofi, preoccupati dai rischi di un “contagio” insiti nell’espansione del fondamentalismo islamico.

Premesso che, ad avviso di chi scrive, le motivazioni politiche dell’intervento francese, e cioè la salvaguardia degli equilibri sul continente africano e il contrasto alla minaccia globale rappresentata dalla crescente aggressività dei movimenti in qualche modo legati ad al-Qaida nella fascia saehliana, sono tutt’altro che peregrine, resta poi da vedere quanto tale intervento nelle sue concrete modalità sia effettivamente in linea con il diritto internazionale.

Non vi è dubbio, a tale proposito, che la citata risoluzione del Consiglio di sicurezza sia stata adottata nell’ambito del capitolo sette della Carta delle Nazioni Unite, legittimante l’uso della forza da parte degli Stati membri per intraprendere le azioni necessarie per contrastare una “grave minaccia alla pace e alla sicurezza internazionali” (nel caso di specie la conquista della parte settentrionale del territorio maliano da parte di una coalizione di gruppi eterogenei, ma tutti pericolosamente vicini al terrorismo sovranazionale). Ma è pur vero che la risoluzione, a tal fine, autorizza esplicitamente non qualunque tipo di azione bensì la costituzione e il dispiegamento sul terreno di una forza multinazionale “a conduzione africana” (non escludente peraltro contributi di varia natura da parte di altri paesi estranei al continente) posta – questo è importante – sotto l’egida dell’Ecowas (Comunità degli Stati dell’Africa Occidentale). Ciò secondo una tendenza, sviluppatasi in questi ultimi anni in seno all’Onu, a “subappaltare” a organizzazioni regionali l’intervento in situazioni di crisi.

Ora, l’azione militare diretta di Parigi così come sembra materializzarsi in questa prima fase fatica alquanto a rientrare totalmente nello schema tracciato dalla suddetta risoluzione, ponendosi piuttosto come abbozzo di una nuova ed ennesima “coalizione dei volenterosi” cui Parigi chiama ad associarsi coloro tra gli stati che ne abbiano la possibilità e condividano l’animus pugnandi. A tale proposito gli Stati Uniti, presenti da tempo nell’area con gli usuali “consiglieri militari”, daranno il loro concorso nel settore della logistica e delle informazioni, e così dovrebbe fare con qualche probabilità il Regno Unito. Altri paesi occidentali, tra cui la Germania, hanno invece espresso qualche riserva per l’assenza a tutt’oggi di un chiaro quadro multilaterale. Il governo italiano, dal canto suo, ha assicurato che fornirà pieno supporto logistico all’operazione francese.

Quanto alla legittimazione sul piano del diritto internazionale, che potrebbe derivare dalla richiesta di aiuto rivolta direttamente alla Francia dal capo dello stato ad interim maliano, è lecito avanzare qualche dubbio di maggiore sostanza. È nota infatti la situazione confusa imperante negli ultimi mesi nella capitale Bamako a livello governativo. Le autorità istituzionali maliane (tra cui appunto il presidente Traoré, vittima di un attentato avvenuto in circostanze mai chiarite) non sembrano in realtà in grado di esercitare un effettivo controllo sul paese. Mentre i militari legati al capitano Sanogo, autore del colpo di stato dello scorso marzo, e che detengono il potere de facto tanto da avere recentemente destituito il primo ministro, si sono sempre dichiarati contrari a interventi stranieri e tanto più di matrice non africana. La volontà manifestata nella circostanza da una figura come il capo dello stato ad interim, non fornita a sua volta di piena legittimazione, resta dunque un elemento troppo debole per offrire una solida base giuridica al pur necessario, ancorché rischioso, intervento francese .

Non è stata invece apertamente evocata dal governo francese, ma potrebbe esserlo nelle prossime ore, la responsibility to protect che, anche al di fuori delle previsioni della risoluzione 2085, avrebbe legittimato almeno in parte un intervento francese finalizzato dichiaratamente a soccorrere le popolazioni del Nord Mali, rimaste prive di un governo responsabile e in grado di assicurarne sicurezza e ordinato sviluppo.

Resta da analizzare brevemente come si inquadra l’intervento medesimo nelle politiche condotte da Parigi negli ultimi anni sul continente africano e nel più ampio contesto internazionale. È noto come il governo francese si sia sforzato nel tentativo di conciliare il disegno di mantenere una forte influenza (politica, economica e culturale) sui territori che un tempo le appartenevano con l’opportunità di non apparire come un occhiuto gendarme dell’ordine costituito, cercando piuttosto di favorire un più diretto e concertato coinvolgimento degli africani nelle questioni di sicurezza individuale e collettiva del loro continente. Ciò in linea, del resto, con il conclamato “multilateralismo” dell’azione diplomatica della Francia nel mondo, in particolare nell’ultimo conflitto iracheno.

Qui, in verità, in questa prima e inevitabilmente concitata fase del loro intervento, i francesi rischiano di apparire più come i tradizionali difensori del loro tradizionale pré carré (nella logica, per intenderci, del recente intervento pro-Ouattara in Costa d’Avorio) che come gli alfieri di un nuovo ordine mondiale teso nello sforzo collettivo di contrastare efficacemente il terrorismo internazionale. Il neocolonialismo, in buona sostanza, cacciato dalla porta dalle dichiarazioni dei vari Sarkozy e Hollande, rientrerebbe così dalla finestra alla prima occasione, o almeno questa è l’immagine che la Francia rischia di trasmettere a quei paesi che sospettano l’Occidente di un doppio standard di comportamenti. Senza considerare che, anche sul piano del multilateralismo “virtuoso”, l’azione francese, per le insufficienze dell’approccio scelto nella circostanza, rischia di lasciare a desiderare (quantunque giustificato sul piano più propriamente politico dall’urgenza della situazione).

Di qui, è lecito immaginare, gli sforzi diplomatici che Parigi non mancherà certamente di intensificare nelle prossime ore in una duplice direzione. Da un lato verso la comunità internazionale per ottenere un più saldo quadro giuridico per il proprio intervento militare,anche attraverso, con tutta probabilità, nuove pronunce del Consiglio di sicurezza (sfruttando qui la sua qualità di membro permanente). Non trascurando anche, s’intende  la solidarietà europea attraverso la riunione di un Consiglio straordinario Ue appositamente convocato giovedì 17 gennaio. Dall’altro lato verso, soprattutto, il continente africano nell’obiettivo di coinvolgere formalmente la stessa Cedao e di allargare il fronte dei paesi effettivamente disposti a prestare manforte nel difficile compito di risolvere presto e bene sul piano militare una questione che, altrimenti rischia di fare macchia d’olio, con conseguenze ancora imprevedibili.

Fonte: Dossier ISPI

http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/nuova-coalizione-dei-volenterosi-quanto-legittima

 Fatoumata Ki-Zerbo Mali.pdf

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