Morto ieri a 95 anni, il leader sudafricano che sconfisse l’apartheid dovrebbe essere un esempio soprattutto per i capi delle altre nazioni del continente. 

di Eugenio Melandri (per il quotidiano il Mattino)

Si guardava curioso attorno quella mattina del febbraio 1990, quando in automobile veniva portato dal carcere verso la libertà. Come era cambiato il suo Sud Africa nei 28 anni che aveva passato dietro le sbarre di una prigione. Era un coacervo di pensieri, di ricordi, di considerazioni. Forse proprio in quel momento, mentre l’auto scorreva verso Città del Capo, gli è venuto in mente quanto dirà più tardi parlando della sua prigionia: “Non c’è niente di più incoraggiante per un detenuto politico del sapere che la sua vita non è andata sprecata”. Lo percepiva guardando la gente che lo acclamava lungo la strada. Non erano soltanto i neri, infatti, a salutarlo ma anche tanti, tantissimi bianchi. A significare che la sua lotta, anche dal carcere, non era stat inutile. Che, anzi, forse proprio perchè condotta per tanti anni da una cella, aveva cambiato non solo le condizioni politiche, ma la mentalità stessa del popolo sudafricano. Un popolo che, nonostante i disastri dell’apartheid, era ancora costretto a convivere. Capiva che non sarebbe stata possibile altra soluzione se non quella di riprendere insieme il cammino. Non dimenticando il passato. Non mettendoci una pietra sopra. Ma affrontandolo in termini positivi. Trovando le strade della riconciliazione. Aveva avuto modo, durante i lunghissimi anni di carcere, di pensare a lungo, di rifletterci sopra. E aveva capito una cosa piccola, ma estremamente rivoluzionaria: solo “il perdono libera l’anima e cancella la paura”. Naturalmente senza cedere in nulla, senza accettare compromessi. Come quando, due anni prima, gli era stata promessa la libertà in cambio di una sua rinuncia formale alla lotta armata. E proprio lui  che, come avrebbe dimostrato più avanti, aveva chiaro che il futuro del paese stava nella riconciliazione e non nella vendetta, aveva rifiutato, preferendo il carcere ad una libertà condizionata.

Libertà. Una parola che gli martellava in testa durante i lungi anni della prigionia. Come il leitmotiv di tutta la sua esistenza. Forse anche come una caratteristica della sua famiglia. Da bambino, aveva visto il padre resistere ai colonizzatori inglesi. Una resistenza che gli era costata la perdita del titolo di re del suo popolo e l’espropriazione dei suoi terreni. Spirito ribelle il padre. Spirito ribelle il figlio. Non solo nella lotta contro il sistema di apartheid, ma anche nei confronti della stessa tradizione del suo popolo. Non accetterà infatti la moglie che il capo tribù gli aveva assegnato, preferendo abbandonare il villaggio per trasferirsi nella grande metropoli di Johannesburg.

Scriverà nella sua autobiografia. “Non sono nato con la sete di libertà. Sono nato libero. Finche obbedivo a mio padre e rispettavo le tradizioni della mia tribù, non ero ostacolato da leggi divine, né umane. Solo quando ho scoperto che la libertà della mia infanzia era un’illusione, che la vera libertà mi era già stata rubata, ho cominciato a sentirne la sete”. Una scoperta progressiva, la sua. Dalla rivendicazione della propria libertà, alla rivendicazione della libertà per la propria gente: “Poi lentamente ho capito che non solo non ero libero , ma non lo erano nemmeno i miei fratelli e le mie sorelle. E’ stato allora che la mia sete di libertà personale, si è trasformata nella sete più grande di libertà per la mia gente”.

Sarà però il carcere la spingerlo ad andare oltre, ad abbracciare la libertà in ogni sua dimensione. Capirà allora che, nelle situazioni di ingiustizia, non solo gli oppressi, ma anche gli oppressori non sono  liberi: “E’ stato in quei lunghi anni di solitudine che la sete di libertà per la mia gente è diventata la sete di libertà per tutto il popolo, bianco o nero che sia. Sapevo che l’oppressore era schiavo quanto l’oppresso, perché chi priva gli altri della libertà è prigioniero dell’odio, è chiuso dietro le sbarre del pregiudizio e della ristrettezza mentale. L‘oppressore e l’oppresso sono entrambi derubati della loro umanità”.

E saranno queste le convinzioni che lo guideranno nella sua azione sia umana che politica dopo l’uscita dal carcere. Prima come Leader dell’Africa National Congress, poi come Presidente della Repubblica. Capovolgendo la prassi che troppo spesso vede le rivoluzioni cambiare gli attori, ma non i metodi politici di governo. Istituisce la commissione per la giustizia e la riconciliazione in cui per la prima volta anche il perdono acquista il sapore della politica. Compiendo il miracolo di una transizione pacifica alla democrazia. Da Presidente della Repubblica non esiterà a resistere alle grandi case farmaceutiche, in nome della salute del suo popolo decimato dall’Aids. Rischierà di rompere anche con i suoi vecchi compagni di lotta, pur di costruire un Sudafrica che rifiuta ogni vendetta e cerca strenuamente la riconciliazione. Premio Sakarov nel 1988 e Nobel per la pace nel 1993, ha ricevuto moltissimi riconoscimenti a livello internazionale. Ritiratosi dalla vita pubblica per “dedicarsi alla famiglia” ha continuato a spendersi per i diritti umani. La sua ultima uscita pubblica risale ai campionati mondiali di calcio del 2010.

Ha scritto: “Ho scoperto che dopo aver scalato una montagna ce ne sono sempre altre da scalare. Adesso mi sono fermato un istante per riposare, per volgere lo sguardo allo splendido panorama che mi circonda, per guardare la strada che ho percorso. Ma posso riposare solo qualche attimo, perché assieme alla libertà vengono le responsabilità, e io non oso trattenermi ancora: il mio lungo cammino non è ancora alla fine”.

Fonte: Il Mattino, 6/12/2013

L’eredità immensa di Mandela, l’uomo che seppe lasciare il potere.

06 dicembre 2013

di Zachary Ochieng. In esclusiva da News from Africa – Fonte Redattore Sociale http://www.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/450721/L-eredita-immensa-di-Mandela-l-uomo-che-seppe-lasciare-il-potere

NAIROBI – La morte di Nelson, icona dell’anti apartheid, ha lasciato il mondo nella tristezza. Sebbene se ne sia andato all’età di 95 anni, che già in sé è una rarità per qualcuno che ha passato 27 anni in carcere, la sua eredità rimarrà per anni. Poche persone nel pianeta potrebbero eguagliare la sua immagine straordinaria ed è per questo motivo che il mondo sta celebrando la sua vita invece di essere in lutto. Senza dubbio sarà ricordato come uno degli uomini più grandi della storia.

La ricca eredità che Mandela si lascia alle spalle è impareggiabile. Oltre ai suoi risultati politici, ha combattuto per una società giusta che è culminata nella demolizione del regime dell’apartheid. Ha abbandonato il palcoscenico della politica dopo aver servito solo un mandato, preparando la strada per le generazioni più giovani che prenderanno il comando. Molti leader africani sono noti per tenere il potere fino alla morte. Dittatori come Robert Mugabe in Zimbabwe vengono subito in mente. Al potere da quando lo Zimbabwe è diventato indipendente nel 1980, Mugabe ha continuato a rimanere attaccato alla sua posizione.

“Se c’è qualcosa per cui l’Africa dovrebbe ricordare Mandela, è la sua determinazione a liberare i sudafricani dall’oppressivo regime dell’apartheid e dalla credenza che non si deve essere per sempre al potere per diventare popolare. È questo il motivo per cui ha servito soltanto un mandato e poi ha lasciato. Questa è una cosa che altri leaders africani dovrebbero imitare”, afferma il Adams Oloo, presidente del Dipartimento delle politiche e delle relazioni Internazionali all’università di Nairobi.

L’ex procuratore generale del Kenya Charles Njonjo, un vecchio amico di Mandela che è stato suo compagno di classe all’università di Fort Hare in Sud Africa, parla di un uomo che era molto intelligente ma rimaneva sempre umile. “Era uno studente infaticabile ma sempre pronto ad assistere gli studenti meno veloci con i loro compiti. Ha mostrato questa umiltà e senso di comprensione quando ha accettato di lavorare con lo stesso regime che lo aveva imprigionato per il bene della ripresa nazionale e della riconciliazione”, afferma Njonjo.

La straordinaria levatura di Mandela è esemplificata dai 250 premi che ha ricevuto nella sua vita, incluso il premio Nobel per la pace nel 1993. Con il tipo di affetto che il mondo mostra nei suoi confronti, Madiba, come era noto al suo clan, attrarrà molto probabilmente anche premi postumi.

Un grande uomo che era sempre a suo agio con i giornalisti durante le interviste, Mandela ha ispirato molti leaders mondiali, incluso il presidente degli Stati Uniti Barack Obama che ha visitato il Sud Africa quando Mandela era gravemente malato in ospedale. “Voglio rendere omaggio a questo grande uomo Nelson Mandela per la sua ispirazione. L’Africa dovrebbe accogliere la democrazia e scrollarsi di dosso la cultura della dipendenza dagli aiuti umanitari”, aveva affermato Obama durante la sua visita, ricordandolo poi ieri tra le lacrime dopo la notizia della morte.

Mandela credeva nell’approccio non violento di Mahatma Gandhi per risolvere i conflitti, al quale perciò rendeva omaggio: “Osava esortare la non violenza in un periodo in cui la volenza di Hiroshima e Nagasaki erano esplose su di noi; esortava alla moralità quando la scienza, la tecnologia e l’ordine capitalista l’avevano resa ridondante; ha sostituito i propri interessi con quelli del gruppo senza minimizzare l’importanza del sé. L’India é il paese di nascita di Gandhi; il Sud Africa è il suo paese di adozione”. Di fatto, Mandela e Gandhi erano uomini con idee simili.

La pandemia di Hiv/Aids senza dubbio è rimasta la principale prioritá di Mandeladurante la sua presidenza ed il suo pensionamento. Nel continente africano dimora la maggior parte delle persone malate di Hiv/Aids e Mandela decise che bisognava fare qualcosa per arginare la pandemia. In primo luogo, decise di lottare in prima lineaammettendo che uno dei suoi figli era monto di Aids. Qualcosa di inaudito in Africa fino ad allora. Nessuna famiglia, in particolare una famiglia illustre come i Mandela, avrebbe infatti ammesso di aver perso uno dei propri cari a causa dell’Hiv/Aids. Forse prendendo spunto da Mandela, anche l’ex Presidente dello Zambia Kenneth Kaunda ha ammesso in pubblico la morte di uno dei suoi figli per Hiv/Aids. È questo il tipo di leadership per cui l’Africa dovrebbe ricordare Mandela.

Attraverso la sua fondazione Nelson Mandela, che ha lo scopo di promuovere una societá giusta ed imparziale, libera da discriminazioni, egli ha visto l’Hiv/Aids come un’altra guerra che doveva essere combattuta e vinta. Dal 2003, ha sostenuto i concerti “46664” (nome che deriva dal suo numero di identificazione in prigione) che avevano lo scopo di raccogliere fondi e consapevolezza riguardo all’Hiv/Aids.

Pochissime leggende viventi hanno delle giornate internazionali dedicate a loro. Ma per Mandela, il 18 luglio è stato dichiarato Giornata internazionale per Nelson Mandela sin da quando era ancora vivo. La giornata, che coincide con la sua data di nascita, è caratterizzato da atti di carità e gentilezza per dimostrare i valori che lui rappresentava.

Oltre alla fondazione, c’è il Fondo per l’infanzia Nelson Mandela, che supporta i bambini del Sud Africa con la visione di cambiare il modo in cui la societá tratta i propri bambini e ragazzi. Il Progetto Hillbrow Theatre, ad esempio, è un luogo in cui bambini svantaggiati possono esprimersi attraverso l’arte. Attraverso le loro produzioni, gli studenti apprendono importanti capacitá di lavoro di squadra, rispetto reciproco e tolleranza.

Riposa in pace, Tata.

(Traduzione di Sara Marilungo)

Fonte: Redattore Sociale

Le tappe di una vita: Nelson Mandela (1918-2013)

Rolihlahla Dalibhunga Mandela nasce il 18 luglio 1918 nella regione sudafricana del Transkei, all’interno della tribù thembu del clan Xhosa. Alle scuole elementari gli viene attribuito il nome Nelson, mentre dall’appartenenza al clan Xhosa deriva il nome Madiba.

Orfano di padre, Madiba viene cresciuto dal suo tutore e reggente della tribù thembu Dalindyebo, avendo dunque modo di assimilare presso il palazzo reale i riti e le usanze della politica tradizionale sudafricana, basata sul consenso e suo stile di leadership che Mandela farà proprio nel successivo percorso politico. Dopo la fuga a Johannesburg volta a evitare il matrimonio con una ragazza scelta dal proprio tutore, stringe amicizia con Walter Sisulu, uno dei futuri leader del movimento anti-apartheid. Sisulu introduce Mandela nell’ambiente degli studi legali, procurandogli un lavoro in uno studio locale e incoraggiandolo a intraprendere studi di legge. A Johannesburg Mandela inizia a coltivare una presa di coscienza critica contro il regime sudafricano, che privava la maggioranza nera dei propri diritti civili, politici e sociali.

Nel 1944 Mandela entra attivamente in politica diventando membro dell’African National Congress (Anc); poco dopo, insieme a Walter Sisulu e Oliver Tambo, dà vita alla Lega giovanile dell’Anc, l’ala giovanile del partito che assicurò un ricambio generazionale e ampliò la partecipazione al movimento attraverso campagne non violente di massa, in collaborazione con la Natal Indian Congress fondata dal Mahatma Gandhi, che combatteva contro la discriminazione degli indiani in Sudafrica.

Nel 1948 il Partito Nazionale guidato da Daniel Francois Malan vince le elezioni e instaura un regime di segregazione razziale meglio noto come “apartheid”: vengono emanate nuove leggi volte a evitare l’instaurazione di legami di qualsiasi tipo (dal matrimonio all’utilizzo delle stesse strutture pubbliche) tra cittadini bianchi e cittadini neri, mentre la popolazione nera viene relegata nei bantustan, stati-ghetti nominalmente indipendenti ma in realtà sottoposti all’autorità del regime sudafricano.

In risposta alle politiche discriminatorie del Partito Nazionale, la Lega giovanile dell’Anc dà avvio a ripetute campagne di protesta contro il regime, alle quali prendono parte oltre 8000 persone. La Lega diffonde un Programma d’azione contenente l’appello allo sciopero, al boicottaggio, alla protesta e alla resistenza passiva. Il regime, tuttavia, persiste nel proprio intento discriminatorio, emanando nuove leggi sempre più repressive volte a implementare pienamente la segregazione e a distruggere qualsiasi forma di opposizione politica organizzata, a partire dal Partito comunista sudafricano.

Nel luglio 1952 Mandela viene condannato a nove mesi di detenzione con l’accusa di violazione del Suppression of Communism Act; la pena viene sospesa, ma a Madiba viene proibito di organizzare o partecipare a riunioni e proteste. L’assistenza e il sostegno alla popolazione nera vessata dalle politiche discriminatorie del regime continua però sotto forma di attività professionale: nel dicembre dello stesso anno, Mandela e Oliver Tambo aprono uno studio legale a Johannesburg, che si occuperà principalmente di fornire assistenza gratuita o a basso costo ai cittadini neri privi di assistenza legale.

Nel 1955, il Congresso del Popolo dell’Anc adotta la Carta della libertà per un Sudafrica non razziale e democratico, che diventa il programma ufficiale della lotta contro l’apartheid e che ispirerà la Costituzione del Sudafrica democratico. L’anno successivo, Mandela viene accusato di alto tradimento, insieme ad altri 150 attivisti. Il processo si conclude nel 1961, con l’assoluzione di tutti gli imputati. Nel 1958 Nelson Mandela sposa in seconde nozze Winnie Madikizela che sarà una figura importantissima per dare continuità alla lotta dell’Anc durante gli anni Sessanta e Settanta.

L’anno precedente, il 1960, aveva fatto segnare una svolta nei metodi di lotta dell’Anc: in seguito al massacro di Sharpeville, durante il quale avevano perso la vita 69 persone, e alla successiva interdizione dell’Anc, Mandela e gli altri leader del movimento anti-apartheid, incluso il presidente dell’Anc e premio Nobel Albert Luthuli, esprimono il proprio appoggio per la lotta armata. Madiba diviene il comandante dell’ala armata Umkhonto we Sizwe (“Lancia della Nazione”, o Mk) e dà inizio a una serie di viaggi in Africa e Europa allo scopo di studiare i metodi della guerriglia e raccogliere fondi per l’Anc e il Mk.

Nel 1962, pochi giorno dopo il suo ritorno in Sudafrica, Mandela viene arrestato e condannato a cinque anni di detenzione. L’anno successivo è la volta di un nuovo processo: accusato, insieme ad otto leader dell’Anc (Walter Sisulu, Govan Mbeki, Raymond Mhlaba, Andrew Mlangeni, Elias Motsoaledi, Ahmed Kathrada, Denis Goldberg, Arthur Goldreich) di aver tentato di rovesciare il governo attraverso l’uso della violenza, Mandela viene coinvolto nel Rivonia Trial, che si concluderà l’anno successivo con la condanna al carcere a vita, sebbene la massima pena prevista fosse l’esecuzione capitale. Trasferito insieme agli altri condannati non bianchi nel carcere di Robben Island, Mandela trascorrerà i 27 anni di prigionia agendo come padre morale del movimento anti-apartheid: il grido “Mandela libero” diviene lo slogan di tutte le campagne anti-segregazioniste nel mondo. L’incontro a Robben Island tra la vecchia generazione di militanti dell’Anc e le più giovani generazioni del Black Consciousness Movement serve a dare continuità alla lotta contro l’apartheid a e mantenere la leadership dell’Anc nel movimento anti-segregazionista, nonostante l’allontanamento e l’incarcerazione della maggior parte dei suoi leader.

Nel novembre del 1985, il Ministro della giustizia sudafricano Kobie Coetsee si rende autore di una prima apertura, facendo visita a Nelson Mandela, ricoverato per un intervento alla prostata. La visita, seppure di natura umanitaria, diventa ufficialmente un punto di svolta: al proprio ritorno in carcere, Mandela viene spostato in una cella separata, nella quale può intrattenere colloqui con rappresentanti del governo. L’anno successivo vengono dunque avviati colloqui segreti tra Mandela e il governo, nella persona di Kobie Coetsee.

I colloqui portano al progressivo allentamento della pressione sulla popolazione nera e culminano con la liberazione di Nelson Mandela (ultimo a essere liberato tra i suoi compagni di prigionia), avvenuta l’11 febbraio 1990. Nel maggio dello stesso anno iniziano i negoziati tra Partito Nazionale e Anc, aventi come oggetto il futuro assetto politico del Sudafrica multirazziale.

Nel 1991, per la prima volta l’Anc tiene la propria Conferenza annuale sul suolo sudafricano. Nello stesso anno prendono avvio i negoziati ufficiali tra Mandela, neo-Presidente dell’Anc (dopo Oliver Tambo, presidente dell’Anc in esilio), e Frederik De Klerk, Presidente del Sudafrica. Entrambi riceveranno il premio Nobel per la pace nel 1993. Il processo negoziale, chiamato Convention for a Democratic South Africa (Codesa), non è affatto disteso; la violenza dilaga mentre gli scontri tra polizia e manifestanti sono all’ordine del giorno e le parti si accusano vicendevolmente di fomentare la violenza per influenzare l’esito dei negoziati.

Il 26 aprile 1994 si tengono le prime elezioni democratiche nella storia del Sudafrica, alle quali prende parte l’intera popolazione sudafricana. Per molti cittadini sudafricani, tra cui Mandela, si tratta della prima volta in cui possono esercitare il diritto di voto. Nelson Mandela viene eletto Presidente, mentre l’Anc vince 252 sui 400 seggi disponibili presso l’Assemblea nazionale. De Klerk diventa vice-Presidente.

Per il Sudafrica si apre un lungo processo di riconciliazione nazionale, volto a sanare le ferite aperte da quarant’anni di vessazioni e segregazione razziale. Il ruolo di Mandela nella creazione di un’identità nazionale post-razziale (quella della “nazione arcobaleno”) è assolutamente fondamentale. Tra le iniziative simboliche e concrete per la pacificazione e il perdono, quella che impegna in modo più visibile l’intera nazionale è la creazione di una Commissione per la verità e la riconciliazione, presieduta dall’arcivescovo Desmond Tutu, un tribunale speciale istituito nel 1995 a Città del Capo. Mandela rimane alla guida del Sudafrica per un solo mandato, fino al 1999, anno in cui alla presidenza gli succede il vice-presidente Thabo Mbeki (figlio del compagno di prigionia Govan Mbeki). Si sposa per la terza volta nel 1998 con Gracça Machel, vedova del leader mozambicano Samora Machel.

Nel giugno 2004, all’età di ottantacinque anni, Mandela annuncia il proprio ritiro dalla vita pubblica. Pur non ricoprendo incarichi di governo, Madiba continua la propria attività a sostegno delle organizzazioni per i diritti umani, impegnandosi in particolare nella lotta contro l’Aids (che ha colpito direttamente la famiglia di Mandela, con la morte del figlio di Mandela, Makgatho, nel 2005).

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