No al profit e addio alle onlus? Riparte la riforma del terzo settore.

 

Centinaia gli emendamenti, oggi riprende l’iter ma ci vorranno settimane prima delle votazioni. Le intenzioni del relatore Lepri: spazio solo a chi merita, limiti certi alle imprese sociali con porte chiuse al profit, tutele per i lavoratori, addio alle Onlus e agli enti non commerciali.

 

Dopo tre mesi di attesa, e centinaia di emendamenti piovuti al Senato, la legge delega di riforma del Terzo settore riprende timidamente a camminare in Commissione Affari Costituzionali, dove oggi inizia l’illustrazione delle proposte di modifica al testo approvato nell’aprile scorso dalla Camera dei deputati. Per arrivare alla votazione ci vorranno ancora alcune settimane (la Riforma della Costituzione ha la precedenza), ma intanto i testi scritti sembrano dare una risposta ad alcune delle critiche più veementi che erano state sollevate al testo approvato a Montecitorio. Questo almeno a giudicare dagli emendamenti presentati dal relatore, il senatore Pd Stefano Lepri, che propone novità per certi aspetti rilevanti

Più attenzione al volontariato con adeguato contrasto al rischio che si trasformi in lavoro nero, servizio civile esplicitamente ancorato alla “difesa non armata della patria” (formula non presente nel testo della Camera) con apertura agli stranieri regolarmente soggiornanti, minime tutele per i lavoratori con la previsione nei contratti pubblici dell’applicazione dei contratti collettivi nazionali di lavoro, norme più snelle sul Registro nazionale del terzo settore con ricorso al notaio per i soggetti con personalità giuridica sono alcune delle modifiche proposte dal relatore, che accompagnano altri interventi di peso ancora maggiore. Almeno tre. Uno: la definizione di cosa gli enti di Terzo settore fanno, e del come lo fanno, per evitare che lo Stato supporti enti che in realtà non compiono attività che procurano vero beneficio pubblico. Due: porte chiuse al “low profit” o al “for profit”, prevedendo limiti più definiti e stretti alla remunerazione del capitale delle imprese sociali, che fanno a pieno titolo parte del Terzo settore. Tre: il superamento dei concetti di “ente non commerciale” e di “onlus” per arrivare a definizioni comuni in campo civilistico e fiscale.

Partiamo dall’impresa sociale, perché Lepri di fatto intende chiudere le porte all’ingresso del profit nel Terzo settorecon l’eliminazione di un inciso che nel testo della Camera prevedeva la possibilità di differenziare il limite massimo di remunerazione del capitale sociale e di ripartizione degli utili in base alla forma giuridica adottata dall’impresa. “Non c’è nulla di male nel low profit o nel for profit – spiega Lepri – ma sono un’altra cosa rispetto al Terzo settore. Per come la penso io le imprese sociali sono a pieno titolo dentro i confini del Terzo settore, e il Terzo settore deve dare garanzie di disinteresse o comunque di orientamento pubblico rispetto alle sue azioni e attività. Se questa garanzia non c’è più, siamo di fronte ad un’impresa privata che opera nel campo dei settori di utilità sociale: cosa anche questa legittima, ma non è Terzo settore”. Lepri, che con i suoi emendamenti tratteggia l’impresa sociale come un “ente di Terzo settore che svolge attività di impresa”, chiarisce che i vincoli stretti alla remunerazione del capitale sono coerenti con il fatto che gli enti del Terzo settore possono avere accesso ai benefici previsti dallo Stato (vedi le forme di deducibilità fiscale, il cinque per mille, ecc.): “Delle due l’una: o hai una facoltà di remunerare i capitali quasi come vuoi, e allora non hai gli incentivi dello Stato, oppure dai dei limiti alla remunerazione dei fattori produttivi e allora puoi anche avere il cinque per mille, le deducibilità fiscali e via dicendo”.

Secondo aspetto: i requisiti che caratterizzano gli enti del Terzo settore. Lepri con i suoi emendamenti manifesta la volontà di arrivare ad un unico contenitore di attività degli enti di Terzo settore, superando la distinzione esistente finora fra attività degli enti di Terzo Settore e attività delle imprese sociali. E si prefigge di superare un rischio che a suo parere non era stato adeguatamente escluso nella versione approvata a Montecitorio: la possibilità cioè che possano essere considerate come facenti parte del Terzo settore anche realtà che non lo meritano, ad esempio perché operano esclusivamente nei confronti dei propri soci (base sociale esclusiva), o perché non hanno una reale pubblica utilità, o perché operano chiedendo tariffe molto alte per un servizio (discriminazioni economiche) e via dicendo. “Ho riformulato le quattro colonne che caratterizzano gli enti del Terzo settore – dice – e credo che così facendo questo rischio non vi sia più”.

Terzo aspetto: la fine delle “onlus”. Il concetto, che è tutto fiscale, di “organizzazione non lucrativa di utilità sociale” ha avuto un enorme successo nel nostro paese, ma Lepri vuole cogliere l’opportunità data dalla legge delega di riforma del Terzo settore per arrivare ad un obiettivo alquanto ambizioso: quello di arrivare a definizioni coincidenti (e coerenti) in ambito civilistico e in ambito fiscale. Con una semplificazione a cascata su una notevole serie di aspetti pratici. Per questo, un suo emendamento prevede che il governo sia chiamato, nei decreti delegati, a prevedere “il superamento” dei concetti di enti non commerciale e di onlus.

 

Redattore Sociale

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