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Si-05-2013_copertina

In anteprima pubblichiamo  due articoli integrali della Copertina del n. 5 di Solidarietà internazionale, dedicata a “Rai: pornografia umanitaria”: uno di Luciano Scalettari (Famiglia Cristiana) intitolato “Un’occasione precata”, e uno di Giorgio Fornoni  “Disservizio pubblico”.  E anche l’intera Copertina in pdf, con tutti gli altri articoli di Eugenio Melandri e John Mpaliza.

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Infatti la Rai insieme con Intersos e Unhcr s’inventano “Mission”, un reality dai campi profughi. Con Albano, Cucuzza, Emanuele Filiberto e chi più ne ha più ne metta. Lo spettacolo vale di più della dignità dei poveri. Intanto dalla Rai e dalle associazioni interessate top-secret. Ma non era servizio pubblico? Nella Copertina sono presentate le opinioni di diversi commentatori per aiutarci a capire il fenomeno.

1. La livrea della povertà di Eugenio Melandri

2. Disservizio pubblico di Giorgio Fornoni

3. Un’occasione sprecata di Luciano Scalettari

4. Ma il Congo è ben altro di John Mpaliza

Un’occasione sprecata di Luciano Scalettari

Nei 20 anni in cui mi sono trovato a girare l’Africa per il mio settimanale, Famiglia Cristiana, quante volte mi sono fermato a riflettere sull’importanza che anche la televisione si occupasse adeguatamente dell’attualità del Continente, delle sue vicende positive e negative, soprattutto della sua grandiosa complessità, della sua bellezza, delle sue innumerevoli storie. E delle sue tragedie, naturalmente, così enormi, così terribili.

E quante volte, con tanti altri colleghi “africanofili” abbiamo passato intere serate o interminabili viaggi su piste “spaccaschiena” a discutere sul fatto che sia necessaria anche la forza emotiva e narrativa dell’immagine per creare una nuova e diffusa consapevolezza nell’opinione pubblica di cosa sia l’Africa, i suoi conflitti, le sue immense ricchezze, il suo straordinario patrimonio di umanità, i drammi delle pandemie e della “salute negata”.

Quante volte, centinaia di volte, mi sono trovato a pensare che avrei voluto saper padroneggiare una telecamera, per raccontare anche in video i volti, le storie, i paesaggi, le situazioni di cui ero testimone.

Sì, ci vuole la televisione. Come cambierebbe la sensibilità degli italiani di fronte all’immigrazione se in prima serata si raccontasse come si vive sotto il regime poliziesco della dittatura eritrea; o come si può campare in un Paese senza Stato e istituzioni come la Somalia; o ancora, cosa accade quando scoppia una guerra e le soldataglie stuprano, bruciano e saccheggiano; oppure, come si riesce a mantenere la dignità di essere umani quando si deve scappare, col materasso sulla testa, e ci si trova parcheggiati, spesso per anni, in un campo profughi.

Come cambierebbe la coscienza politica nel nostro Paese se in prima serata si raccontassero le relazioni fra i conflitti e le materie prime africane, oppure le forme del nuovo colonialismo economico dei Paesi ricchi che sfrutta senza remore i diamanti, l’oro, le foreste, la biodiversità, il petrolio del Continente nero. Se si raccontasse la corruzione, la rapace voracità, l’arroganza di tante multinazionali del Nord del mondo nel loro “fare business” in Africa. E lo sfruttamento del lavoro, e la cooperazione azzerata, e il furto della terra (il fenomeno ormai dilagante del cosiddetto “landgrabbing”), e le conseguenze disastrose della privatizzazione dell’acqua nei Paesi poveri, e la strage silenziosa dell’Aids, della malaria, della Tbc, e i danni spaventosi della malnutrizione, e la morte di milioni di bambini a causa di malattie facilmente curabili per la mancanza di semplici farmaci.

Si potrebbe continuare a lungo, ma il concetto è sempre lo stesso: occorrerebbe la televisione. Il reportage scritto, il libro, la fotografia, il saggio sono tutti strumenti essenziali di approfondimento. Ma non bastano. È necessario parlare al grande pubblico. Il teleschermo, l’immagine hanno una potenza straordinaria di coinvolgimento, una forza di diffusione gigantesca.

Quante volte, guardando in faccia un cooperante o un missionario che mi stava raccontando i progetti che stava realizzando e la realtà che aveva intorno, mi sono detto: “Che storia straordinaria, come sarebbe dirompente questa intervista in video”. Decine e decine di volte ho incontrato dei veri “eroi della pace e della solidarietà” che hanno rischiato la vita, affrontato disagi e fatiche enormi per intervenire nelle emergenze, per arrivare a un ospedale, per portare viveri a rifugiati ridotti in fin di vita dalla fame, dalla guerra, dalla carestia.

Missionari, cooperanti, volontari con una forza interiore e motivazioni granitiche. Uomini e donne, religiosi e laici, credenti e non credenti, cristiani, musulmani, atei, o semplicemente filantropi, nel senso più forte e bello del termine. Mentre scrivo mi vengono in mente, uno a uno, i volti e le storie, i luoghi e le situazioni. La lista sarebbe lunghissima. Quante prime serate si sarebbero potute riempire.

Quante volte ce lo siamo detto, fra noi giornalisti di carta stampata, che ci sarebbe bisogno di forme nuove di racconto televisivo. Anche di format diversi dal classico servizio da Tg, o dal documentario, o ancora dal reportage filmato.

LE FINZIONI DI MISSION

E dopo 20 anni di viaggi africani e di amare riflessioni sul Continente dimenticato, ecco Mission. L’estate scorsa, adocchiato il primo titolo che annunciava la trasmissione Rai, mi sono tuffato a leggere la notizia. Per scoprire che si parla di un reality: Rai, Unhcr e Intersos impegnati a produrre un’isola dei famosi nei campi profughi dei rifugiati africani. Ma come? Due prestigiose e autorevoli realtà dell’umanitario a fare un reality?

Il peggio, però, sarebbe venuto qualche riga dopo. Chi sono i protagonisti? Michele Cucuzza, Barbara De Rossi, Paola Barale, Albano. “Ma che ci azzecca?”, direbbe un noto uomo politico. Non basta ancora: la ciliegina sulla torta è Emanuele Filiberto Di Savoia. Udite udite: Emanuele Filiberto di Savoia. Già, proprio lui. Quello che si esibisce con canzoni melense a Sanremo, e che quando alloggia in un albergo – l’ho visto con i miei occhi – si firma ancora “Principe di Venezia” (tra l’altro, dato che sono veneziano d’origine, il titolo nobiliare mi fa sorridere: Principe “de che?”, stiamo parlando della Repubblica Serenissima, della città dei Dogi).

Cosa potranno mai dire questi testimonial/testimoni dei rifugiati? Quale storia hanno alle spalle per potersi cimentare in una trasmissione del genere? Che ne sanno della vita da profugo? Come hanno potuto stimate ed esperte organizzazioni come Unhcr e Intersos anche solo lontanamente pensare di poter accettare un “cast” del genere? Albano che dichiara alla stampa che “andrà a cantare con i profughi”, Cucuzza e la De Rossi che rilasciano interviste su riviste del gossip dicendo che “hanno avuto tanta paura in Africa” (i due erano andati a girare il “numero zero” della trasmissione).

Esterrefatto, sono andato a leggere tutto quello che si andava pubblicando su Mission, incredulo che potesse essere davvero così. Ho continuato a farlo anche nelle settimane successive, nella segreta speranza di scovare prima o poi un articolo di chiarimento. Che so? Intersos che chiarisce l’equivoco, l’Unhcr che prende le distanze dal progetto perché non corrisponde agli intendimenti iniziali. Insomma, qualcosa che metta in chiaro che Mission non sarà realizzata davvero in questo modo, che non saranno quegli improbabili protagonisti a raccontarci il dramma dei milioni di rifugiati e sfollati africani.

Dopo qualche settimana ho trovato quello che cercavo. Ma non era quello che speravo. Era un comunicato di precisazione: “La Rai, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) e Intersos”, questo l’incipit della nota, “hanno seguito con molta attenzione il dibattito sviluppatosi sui media relativo al programma Mission e ritengono importante fare alcune precisazioni in merito alla trasmissione e alle sue finalità. Per quanto concerne la trasmissione televisiva, riteniamo necessario ribadire che non si tratta in alcun modo di un “reality” ma di un progetto di social Tv nel quale alcuni volti noti, che non saranno remunerati salvo un rimborso spese, per un periodo di tempo limitato ma significativo affiancheranno gli operatori umanitari di Unhcr e Intersos nel loro lavoro quotidano di protezione e assistenza ai rifugiati”.

Non è un reality? I “volti noti” non saranno remunerati? Ma chi se ne frega. Non è per queste ragioni che tanta parte del mondo dell’umanitario si è sentito offeso e indignato per il progetto di Mission.

“Il grande pubblico”, continua il testo, “avrà la possibilità di vedere – senza finzioni sceniche – come realmente si svolge la giornata tipo in un campo rifugiati e di conoscere da vicino i problemi di chi vive e lavora nel campo, ovvero i rifugiati e gli operatori umanitari”. Senza finzioni sceniche? Ma stiamo scherzando? La telecamera è il mezzo d’informazione più invasivo e distorsivo che la storia della comunicazione conosca. Perché fare dichiarazioni che risultano offensive per l’intelligenza di chiunque si sia recato anche una sola volta in un campo profughi?

La trasmissione permetterebbe al grande pubblico di “vedere come realmente si svolge la giornata tipo in un campo di rifugiati”. Ma di quale giornata tipo stiamo parlando? Non esiste una giornata tipo. Esiste ogni singolo essere umano che vive un’esperienza drammatica di fame, malattia, debolezza, depressione profonda, estremo disagio, sofferenze prolungate e acute, senso di violazione della propria intimità, promiscuità estrema, dolore infinito per aver perso la propria casa e per aver dovuto lasciare il proprio Paese, talvolta per dover assistere impotente alla morte dei propri cari. Un campo profughi è un girone infernale. È la negazione della dignità umana. Giornata tipo? Ma come possono tre grandi realtà come la Rai, l’Unhcr e Intersos raccontare panzane del genere?

Perciò ero e resto esterrefatto: della Rai, innanzitutto, quella stessa Rai che ha saputo mandare in onda programmi del valore di “Radici”, di “C’era una volta”, di tanti speciali del “Tg2 dossier”, di servizi di altissimo pregio, come quelli realizzati da Enzo Nucci, il corrispondente da Nairobi. Ma resto esterrefatto anche dall’Unhcr e da Intersos: come spiegare, se non per un bisogno disperato di visibilità, il goffo tentativo di giustificare un’operazione del genere?

Detto tutto questo, non ho ancora specificato ciò che trovo più amaro. Se Piero Angela vuole parlarci della ricerca scientifica o di qualche determinato fenomeno, chiama in trasmissione professori universitari, ricercatori, scienziati. Se Milena Gabanelli vuol approfondire un argomento d’inchiesta, mette in campo giornalisti investigativi di prim’ordine, veri mastini del giornalismo d’approfondimento. E se Michele Mirabella parla di salute e benessere, dà la parola a medici ed esperti con la massima competenza e autorevolezza.

Per l’Africa, per i rifugiati, non serve. Basta quello del “Ballo del qua qua”, basta una presentatrice, basta una velina, basta il “Principe di Venezia”. Se c’è Cucuzza, allora la gente guarderà il programma, se c’è il bel visino della Perego, allora si alzerà lo share. Se c’è Emanuele Filiberto, allora i rotocalchi del gossip si scateneranno. Che importa se non sanno di cosa stanno parlando?

Scusate, io lo ritengo razzismo. Una forma sottile e subdola di razzismo. Tanto più se – come dicono gli ideatori del programma – non è reality ma social Tv. Tanto più se l’intenzione è quella di far vedere cosa significa vivere da rifugiato e operare in un campo profughi. Di sicuro non erano razzistiche le intenzioni. Ma lo è il risultato.

Peccato. Poteva essere una grande occasione. L’investimento è senza precedenti. Ci sono i potenti mezzi Rai, le organizzazioni sono esperte, preparate. L’idea di usare una formula nuova poteva essere quanto mai interessante. E avrebbe potuto aprire la strada ad altre idee, ad altri esperimenti, ad altri modi per parlare in Tv del Sud del mondo.

Invece, accadrà che la trasmissione si farà lo stesso, così come ce l’hanno prospettata, perché oramai cambiare è difficile e costoso. Oppure salterà tutto, e sarà una pietra tombale rispetto ad altre iniziative future.

Davvero peccato. Un’occasione sprecata. Una grande occasione.

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DISSERVIZIO PUBBLICO di Giorgio Fornoni

Prendete tre pseudo-vip del calibro di Albano, Emanuele Filiberto e Michele Cucuzza. Metteteli per dieci giorni fianco a fianco con gli operatori umanitari in un campo profughi del Sud Sudan, del Mali o del Congo. Accendete le telecamere 24 ore su 24 e condite il tutto con le lacrime facili del buonismo televisivo. Ecco la geniale ricetta della RAI, l’ente pubblico televisivo italiano, per risollevare le sorti di un’azienda in evidente crisi di identità.

Il format del reality, con i suoi precedenti illustri de “L’isola dei Famosi” e del “Pechino-Express“, viene applicato alla tragedia di un mondo devastato dalle tre maledizioni bibliche di sempre: la peste, la fame, la guerra. Si chiamerà “Mission”, orecchiando l’avventura dei gesuiti tra gli indios guaranì del Sudamerica raccontata dal film con De Niro. L’ondata pubblica di sdegno che ha raccolto in pochi giorni oltre 40 mila firme sul web, basata proprio sugli esempi ben noti di tv-spettacolo, lascia già immaginare quale sarebbe il risultato finale dell’operazione e a quale livello di tv-spazzatura si sia arrivati. L’Africa è stata sfruttata da tutti, per secoli. Non farebbe eccezione l’idea di trasformare uno dei suoi infiniti drammi dimenticati in un teatrino nazional-popolare.

UNA STRONCATURA SENZA APPELLO

Autorevoli esponenti delle associazioni umanitarie, che da anni lavorano con serietà, impegno e in silenzio sui drammi del mondo, sono insorti accusando i dirigenti RAI di volere qualcosa che somiglia alla “pornografia”. La giustificazione, da parte loro, è che in questo modo si vuole “sensibilizzare” il pubblico sul tema della cooperazione, di fatto sostenendone la causa, anche con concreti ritorni economici. Questo spiegherebbe anche l’appoggio, a sorpresa, dato all’iniziativa, da organizzazioni come Intersos, una delle maggior Ong italiane, e la stessa Agenzia per i Rifugiati delle Nazioni Unite, l’UNHCR.

Lo sdegno, già ampiamente espresso e manifestato da molti, contro un’operazione che ha tutte le premesse di una volgare spettacolarizzazione del dolore e della sofferenza (centrato tra l’altro sulla mediocrità dei personaggi chiamati in causa come attori principali), parte da motivazioni di tipo etico e morale. Questo è un dato di fatto, il punto di partenza di una stroncatura senza appello. Si dimentica però, a mio avviso, un’altra prospettiva, che inchioda i promotori dell’iniziativa, e in particolare i dirigenti dell’azienda pubblica che hanno avviato il programma, a confrontarsi con la loro buona fede.

RAI: L’INFORMAZIONE NEGATA

Come si può dire, senza essere tacciati di ipocrisia e mala fede, che si vuole “sensibilizzare” il pubblico sui grandi temi delle tragedie dimenticate quando per anni, sistematicamente, è stato negato lo spazio di informazione adeguato e corretto per rappresentarle? Quello dei servizi giornalistici, dei telegiornali, delle interviste, dei reportage dalle tante aree dimenticate del mondo, di un’Africa stessa che figura agli ultimissimi posti in tutte le classifiche della geografia RAI? Perchè non si dovrebbe dimenticare che la maniera più corretta, “normale” direi, di sensibilizzare il pubblico è quella di raccontare la verità e di informarlo sulle dinamiche di una storia che passa davanti ai nostri occhi senza che a volte ce ne rendiamo nemmeno conto. E i professionisti chiamati per loro deontologia professionale e per loro stesso mestiere a farlo sono i giornalisti, gli inviati, e quanti comunque vivono dall’interno, in presa diretta e in prima persona, eventi e drammi in qualsiasi parte del mondo.

Posso testimoniare in prima persona, come giornalista e reporter, la difficoltà enorme di trovare spazi nei palinsesti, per raccontare le tante storie, non necessariamente drammatiche, ma comunque degne di essere prese in considerazione e conosciute, che si possono facilmente raccogliere se si ha il coraggio di viverle sul posto. “Sei stato in Angola? Ma hai chiesto in giro quanti sanno dov’è l’Angola?” Così mi sono sentito chiedere da un direttore televisivo al mio ritorno dall’ennesimo viaggio e da un’intervista esclusiva al capo dell’Unita, Jonas Savimbi, protagonista della lunga guerra civile seguita al ritiro dei portoghesi. Quanti miei colleghi si sono sentiti fare la stessa domanda a proposito della Liberia, dell’Eritrea, dei Saharawi, in esilio da 40 anni nel deserto più inospitale del pianeta, dove un popolo intero vive in campi profughi diventati città, ignorato dal resto del mondo che gli nega il diritto all’autodeterminazione?

E che dire dei traffici di coca, di oppio, di diamanti, di oro, di coltan che alimentano una economia sommersa mondiale e che sono all’origine di tante guerre e di tante migrazioni di profughi? Se c’è una categoria chiamata istituzionalmente a parlare di queste cose, col filtro della propria professionalità, dell’impegno morale e della capacità di andare oltre ciò che si vede, i luoghi comuni e le tante disinformazioni strumentali, per capire le cause prime di sofferenze e lutti, questa è quella dei reporter internazionali. Ne conosco tanti che hanno dato la vita e sono pronti a darla in ogni momento in qualche parte dimenticata del mondo, per strappare la testimonianza di una foto, una ripresa filmata, un’intervista rivelatrice sull’intreccio di interessi che nasconde la verità.

DOVE ERANO I RESPONSABILI DELL’INFORMAZIONE?

Dove erano allora e come si comportano oggi i responsabili dell’informazione pubblica così ansiosi di “sensibilizzare” il loro pubblico? Dove erano quando tornavo con le immagini di una Grozni rasa al suolo dalla real-politik di Putin, con storie angoscianti dai campi profughi dell’Inguscezia e del Dagestan. O dalla valle del Panchisi, in Georgia, dove l’unico giornalista presente, quando c’ero entrato, era stato Antonio Russo, di Radio Radicale, ucciso dai servizi segreti russi? Quante volte mi sono sentito dire da una famiglia di profughi ceceni o da qualche donna congolese o saharawi, “racconta al mondo la nostra storia, perchè nessuno sembra accorgersi di noi”. L’ho fatto, qualche volta anche per “Report”, l’ho sempre fatto e continuerò a farlo, anche se poi ho sempre dovuto constatare di persona quanto è difficile far passare un messaggio del genere sui grandi canali di informazione. Tante altre volte, in passato, potevo raccontare le mie storie soltanto su qualche rivista missionaria o in conferenze pubbliche di paese.

Ci sono tanti colleghi, anche amici, che hanno pagato con la vita il loro impegno. Come Anna Politkovskaya, che avevo incontrato, raccogliendone la frustrazione professionale per la insensibilità internazionale nei confronti della tragedia cecena. Si è dovuto aspettare che venisse freddata da un killer sulla porta di casa per accorgersi di lei e del suo grido.

Ben venga dunque la ritrovata attenzione della RAI di fronte ai tanti drammi del mondo. Ma che questa passi attraverso un cambiamento reale, attraverso una riconsiderazione più seria di tutta l’informazione televisiva, non solo mirata allo spettacolo o al trionfo dell’ovvio e del banale. Ci sono migliaia di reporter, in ogni parte del mondo, che non aspettano altro che qualcuno possa dar loro uno spazio e una voce per raccontare ciò che non è mai stato raccontato prima. Ci sono migliaia di operatori umanitari, missionari, persone direttamente coinvolte nei problemi, le sofferenze e le realtà di quello che una volta si chiamava Terzo mondo, che potrebbero diventare i protagonisti di questa autentica rivoluzione nel modi di fare e raccogliere informazione. Spiegarci per esempio perchè ogni anno decine di migliaia di persone affrontano rischi mortali partendo su barconi malandati dalle coste dell’Africa in fuga dai loro paesi. O perchè tante ragazze sono costrette ad alimentare la tratta degli schiavi che alimenta la prostituzione internazionale.

L’INFORMAZIONE È CULTURA, NON PORNOGRAFIA UMANITARIA

L’informazione è cultura, fare informazione significa dare al pubblico le notizie e gli strumenti per analizzarle e capirle, per formarsi un’opinione, per compiere delle scelte. Non è certo aprendo il sipario dei reality su un bambino che piange o che muore che si fa informazione e che si fa cultura. Questa, ha ragione Guido Barbera, presidente del Cipsi, è soltanto “pornografia umanitaria”. La RAI, anche e soprattutto nella sua qualità di azienda pubblica televisiva, non dovrebbe non solo accettarlo, ma nemmeno osare proporlo.

Si ribatte che anche all’estero ci sono vip dello spettacolo o del cinema che si sono prestati alla causa umanitaria. Da Lady D ad Angelina Jolie, abbiamo visto passare tanti altri nomi noti. Ma non avevamo mai visto prima, gente di spettacolo, fare della sofferenza vera il “proprio” spettacolo. Essere testimonial di una agenzia umanitaria, con la dignità e il rispetto che una operazione del genere richiede, non crea nessun disturbo e nessun problema morale. Altra cosa è mercificare la sofferenza e il dolore, farne spettacolo da voyeur, con l’ipocrisia magari di qualche finta lacrima in primo piano.

Ricordo una notte, nella foresta della Sierra Leone, nel cuore delle miniere dei diamanti insanguinati, quando le bambine-soldato rapite dai guerriglieri bussavano alla mia porta supplicandomi di portare via con me i figli nati dagli abusi e dalle violenze. È possibile trasformare un momento del genere in una sceneggiata televisiva? Ma soprattutto, viene da chiedersi, è lecito farlo?

Quando Laura Boldrini, all’epoca responsabile dell’UNHCR Italia venne contattata dai dirigenti RAI per valutare la proposta di una trasmissione, indicò giustamente un format televisivo australiano già esistente che a suo parere avrebbe potuto effettivamente funzionare. La differenza con l’ipotesi “Mission” e la presenza di un Albano che dice di voler cantare con i profughi “per aiutarli” è però abissale. Gli operatori televisivi australiani hanno infatti seguito per settimane, sul campo e in  presa diretta, chi nei campi vive e lavora, accendendo dunque i riflettori su una esperienza quotidiana che ben merita di essere raccontata e conosciuta.

LE CONTRADDIZIONI DELLA COOPERAZIONE

C’è poi un’altra considerazione fondamentale da fare sul senso di “spettacolarizzare” a tutti i costi il set naturale di un campo-profughi. E questa chiama in causa molte delle stesse organizzazioni umanitarie, la politica internazionale. Ci sono contraddizioni evidenti anche nel mondo della cooperazione. Ci sono interessi strategici e politici che fanno accendere i riflettori su un dramma e uno scenario internazionale piuttosto che un altro. Ci sono giochi di politica e di fondi dedicati che chiamano le ong a operare in un paese piuttosto che in un altro. Ricordo la mia ultima visita in Angola, dove dalla fine della guerra si trascina un drammatico problema di bombe e mine inesplose disseminate ovunque che continuano a mutilare e uccidere. Come in Cambogia, in Kurdistan, in tante altre parti del mondo. Non lontano da Huambo, avevo conosciuto e seguito il lavoro degli sminatori della agenzia Intersos, oggi apertamente schierata accanto alla RAI nel difendere questo osceno reality. Era la fine del 2001 e l’attenzione internazionale venne dirottata di colpo sull’allora semisconosciuto Afghanistan. Nell’arco di un mese, dopo l’intervento militare americano, erano tutti lì, compresi quelli stessi operatori che avevo incontrato in Angola. Da allora, e sono passati 12 anni, dell’Angola e delle sue mine non si ricorda più nessuno. C’è un perverso intreccio tra la politica internazionale e l’attività delle stesse ong che io stesso ho raccontato in un contestato servizio televisivo. Perchè molti corrono soltanto là dove sono i contributi internazionali e dove c’è la maggiore visibilità mediatica. La necessità di raccogliere fondi li espone poi, molto spesso, ad altre contraddizioni e a discutibili compromessi.

Può anche succedere che ci siano verità e crisi dimenticate che “non si vogliono” raccontare. L’ho sperimentato direttamente nel corso della mia inchiesta sul petrolio nel delta del Niger. Il destino di un intero popolo, quello degli Ogoni, è stato scritto dalle multinazionali che hanno invaso il loro territorio per farne campi di estrazione. Hanno avvelenato la loro acqua, sterminato i loro pesci e reso sterili per l’inquinamento i loro terreni. Chi si ribella e compie sabotaggi negli impianti lo chiamano guerrigliero o terrorista, anche nel linguaggio dei grandi networks internazionali. Un gioco facile che si ripete ovunque ci siano grandi interessi in gioco, dall’Afghanistan alla Cecenia, al Messico del Chiapas e di Marcos, o in Amazzonia.

A volte, lo stesso scenario di un campo profughi può nascondere realtà inquietanti. Il girone infernale, realmente dantesco, che ho conosciuto a Goma, al confine tra Rwanda e Congo e che ha devastato l’intera regione dei Grandi Laghi, è stato voluto e tuttora vive per la complicità della grande politica internazionale con le mafie locali e i governi corrotti. Per anni, dalla fine della guerra civile rwandese, il campo profughi è stato il santuario della guerriglia che ha insanguinato e insanguina la regione creando un flusso ininterrotto di profughi.

In Mali, il problema dei rifugiati nasce anche dalla guerra civile tra governo e Tuareg, innescata dalle armi vendute dai ribelli libici aiutati dall’Occidente per detronizzare Gheddafi e mettere le mani sul petrolio. Non si può capire la realtà di un campo profughi (e non saranno certo Albano, Cocuzza o il rampollo dei Savoia a farlo), senza capire le ragioni e le dinamiche vere, che restano spesso taciute.

Come la storia vera del coltan, che ho cercato di raccontare per “Report”: dalle miniere difese dai militari e le mafie locali della guerriglia, ai trasporti in mano ai mercenari russi, per finire al grande mercato internazionale dei telefonini e della tecnologia più avanzata. L’80 per cento del prezioso metallo, indispensabile nel mondo hi-tech, proviene dall’inferno verde e martoriato del Congo. Ma si vuole raccontare davvero? È questo che vuole la RAI? Beh, a mio parere ci sono modi più seri ed efficaci per farlo.

 

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