Gabriele, Francesca, Simone, Maria, Angela, Federica, Francesco e Giulia sono i volontari selezionati dal CIPSI per il progetto di Servizio Civile “Costruire territori solidali coi minori”. Qualcuno lavorerà a Roma, qualcun altro a Palestrina, poi c’è chi presterà servizio a Giugliano (Napoli) e chi a Cittadella (Padova). Tutti sparsi per l’Italia ma tutti profondamente legati dallo stesso desiderio di divenire cittadini attivi di una società che, nel proprio piccolo, proveranno a migliorare. Insegnamento dell’italiano ai minori stranieri, laboratori di arte e canto per educare al valore della fratellanza, incontri con le famiglie degli studenti. Grandi sfide li attendono, ma si mostrano tutti entusiasti. Così, abbiamo provato a conoscerli un po’ meglio, intervistandoli.

 

Gabriele Pinardi, intervistato da Floriana Pizzo:

Gabriele, giovane sabino pronto a vivere un’esperienza di Servizio Civile in Italia

Amara terra mia”

La vera impotenza è pensare che le cose non si possano fare. Pensare che non si possa costruire un futuro migliore tutti insieme.

Gabriele è un ragazzo di ventidue anni che ha deciso di intraprendere un anno di servizio civile in Italia. Un ragazzo all’apparenza riservato ma che ha tante cose da dire. Un ragazzo da apprezzare: invece di partire e andare all’estero, ha deciso di restare. E di far rivivere la sua regione, il Lazio. Il suo sogno mi è chiaro fin da subito, fin da quando inizia a raccontarmi della sua terra. Comincio la mia intervista proprio da lì, chiedendogli del posto da cui proviene. Mi parla della Sabina, definita da lui la “Scozia italiana”.

Come mai la definisci così?

La mia regione è una zona collinare, la cui attività principale è l’agricoltura. Metti piede in Sabina e ti ritrovi settant’anni indietro: il contadino che va al campo, i cani randagi, ritmi lenti, tanto verde. È un posto che adoro, non lo abbandonerei mai. Mi piace perché lì, a differenza della vita in città, ancora si cresce tutti insieme, si attribuisce importanza a quello che c’è, ancora è saldo quel rapporto tra Uomo e Natura, lì il lavoro manuale è dignitoso. Certo bisogna considerare anche che l’isolamento da grandi centri metropolitani faccia dilagare un po’ di ignoranza tra gli abitanti. Ignoranza poi forse non è neanche il termine giusto…

Ingenuità forse?

Sì, spontanea ingenuità! Oggigiorno, purtroppo, la conoscenza delle cose apprese sul campo, attraverso il contatto con la terra, viene sottovalutata. E invece io ritengo che sia fondamentale valorizzarla. Ad esempio, quando si parla del contadino, mi viene in mente un detto: scarpe spesse e cervello fino. Io penso che questa cosa non sia assolutamente vera. Valutiamo la saggezza di una persona solo in base a ciò si apprende sui banchi di scuola, ed è sbagliato. Il mondo è afflitto da un grande male: il consumismo sfrenato. Come diceva Pasolini: ”Ogni cultura sta cambiando perché si sta inserendo dentro ogni paese la cultura del consumismo”. L’essere umano consuma in maniera eccessiva. Mio nonno mi racconta che prima che il congelatore entrasse nelle case si uccidevano molti meno animali. Mia nonna invece mi racconta spesso di quando, mentre uccideva i maiali, piangeva. Queste sono le cose che dello stile di vita agricolo vanno salvate, tante altre invece vanno rinnovate. Mi ricollego all’ignoranza cui accennavo prima, può avere anche dei risvolti negativi. Uno di questi è l’atteggiamento razzista nei confronti dei non autoctoni.

Come di manifesta il razzismo di cui parli?

Devo ammettere che non sono mai accaduti episodi di razzismo stile Ku Klux Klan nei confronti dei neri. In Sabina infatti, nonostante sia uso comune delle persone riversare la propria frustrazione per l’attuale situazione di crisi sugli immigrati, li trattano con rispetto. Soprattutto se lo straniero si è stabilito lì da qualche tempo. Quello che proprio non tollero dei miei concittadini è la reticenza ad ammettere i propri sbagli. Le loro convinzioni sono vere e assolute. Nessuno è disposto a metterle in discussione. Questa, per esempio, è una cosa che dovremmo modificare: capire che non siamo così diversi gli uni dagli altri. Darsi una mano a vicenda è la base. Questo è  il cambiamento che vorrei promuovere io.

Ti piacerebbe creare dei ponti tra queste due realtà?

Creare cooperazione tra più persone con diverse provenienze etniche sarebbe uno “scacco matto”. Dal momento in cui tu riesci a fare questo, le cose non possono che migliorare. Sono convinto che dalla diversità possa nascere unione, non distacco. Io già mi immagino in un campo agricolo a lavorare insieme ad un messicano, un senegalese, un bengalese… e chi più ne ha più ne metta.

Ritieni quindi che questo incontro tra più culture possa arricchire la tua terra?

Assolutamente sì. Credo che ogni persona possa portare un dono, che siano le sue mani o il suo cervello. Spesso mi capita di pensare a come possa cambiare un luogo lasciato in totale abbandono se venisse nutrito da una linfa nuova, come può esserlo l’incontro interculturale. È un’idea che non riesco a togliermi dalla testa, anche se tante volte è frustrante perché la sua non concretizzazione mi porta a vivere in uno stato di insoddisfazione.

La sensazione prevalente dunque è di impotenza? Vale anche per le persone intorno a te?

Purtroppo sì, il senso di impotenza è forte e lo percepisco anche nelle persone che mi stanno intorno. I giovani per esempio vanno a studiare altrove e lì restano, convinti che le cose non si possano fare, che non si possa costruire un futuro migliore tutti insieme.

E tu sei mai andato a vivere altrove? Non hai mai messo in discussione la tua scelta?

No, non mi sono mai spostato. Nel mio paese vivono meno di 100 persone, ma nel tempo diminuiscono sempre più. Vedo in giro tanti sguardi spenti, oscurati dall’idea di non avere un futuro, giovani che non sanno cosa fare. Vedo tanta disoccupazione, tanta insicurezza, persone che non hanno più degli obiettivi. Io invece li vedo, chiari e grandi, davanti a me. Uno di questi è far rifiorire la bellezza che c’è dentro a questi luoghi. L’infinita bellezza che, purtroppo, sta diventando un infinito disgusto. Mi sento male quando vedo la gente che va a buttare le ruote bucate delle macchine nei corsi d’acqua… ma è proprio questa rabbia che mi fa scegliere di rimanere. Perché io quelle ruote lì non ce le voglio vedere. Perche se me ne vado e non faccio nulla per trasformare la situazione, non posso sperare che il cambiamento arrivi dall’alto.

Devi essere tu parte del cambiamento…

Sì. Ognuno di noi deve fare un passo verso il cambiamento. Ognuno con i propri tempi, ma va fatto.

Suona un po’ come un’utopia

Sì, forse lo è. Ma vale la pena crederci.

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Francesca Cassaro, intervistata da Martina Pierobon:

 “Io non mi accontento, voglio risposte”

Entra nella stanza, alta ed imponente, chioma di capelli sciolta sulle spalle, sembra quasi una leonessa. Si chiama Francesca, ha 22 anni e sta per cominciare il suo anno di servizio civile. Si accomoda su di una sedia ma non riesce a stare ferma tanto si infervora rispondendo alle mie domande. È piena di ideali e di passioni. Dice che lei non si accontenta, che vuole risposte. Inizio con una domanda banale, ma mi attende una risposta per niente scontata.

Dove svolgerai il tuo anno di servizio civile?

“Resterò nel territorio in cui sono cresciuta, a Cittadella”. Dice con marcato accento padovano. “Mi occuperò di una campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulle grandi piaghe sociali mondiali; trovo sia importante mettere sempre in relazione il globale con il locale.”

Parli di piaghe mondiali, quali sono le tematiche che più ti stanno a cuore e che affronterai nel tuo anno da civilista?

“Mi interesso a tutte le problematiche sociali e questo a volte è un problema.”

Mi spiega che la prima volta che ha incontrato la sofferenza è stato all’età di 17 anni, con i senzatetto alla mensa popolare della Comunità di Sant’Egidio. In quella occasione ha sentito di trovarsi nel posto giusto. Ed è quella sensazione che tuttora la motiva in ciò fa.

Prosegue: “Ho definito problema il mio interessarmi ad ogni piaga sociale perché ad un certo punto, per essere utili, bisogna capire verso cosa indirizzarsi, in cosa specializzarsi. Bisogna decidere dove orientarsi, non solo nella vita ma anche nel proprio percorso di studi. Perché per me la vita e gli studi sono la stessa cosa”.

Perciò, a ventidue anni appena ed una triennale in scienze politiche in tasca, Francesca si chiede cosa voglia fare dopo e come poter essere utile al prossimo. Per capirlo dice di aver dovuto accettare di fare un passo alla volta. “Spesso mi coinvolgo completamente in ciò che faccio ed ho fretta di raggiungere l’obbiettivo. La mia età anagrafica però mi costringe ad essere umile a procedere con calma”.

È necessario fare un passo alla volta. Puntare in alto si, ma la vetta non si raggiunge in un giorno solo… Ti pesa dover fare un passo alla volta?  

“Sì, mi costa tanto. Ma sto imparando ad essere più aderente alla realtà. Per essere utili è necessario capire che le persone non le salvi tu, che sei umana e che hai i tuoi limiti. Bisogna accettare che c’è una differenza fra quello che vuoi e la sua possibile realizzazione. Quello che li separa è la quotidianità. È nella quotidianità che conosci il mondo, ti conosci, ed instauri un rapporto con gli altri. Idealmente è un problema fare un passo alla volta ma poi capisco che ogni giorno è una scoperta ed una sfida diversa. Ogni giorno è un regalo”.

L’esperienza in mensa popolare è stata fatta con la comunità di Sant’Egidio. Arrivi dunque da un percorso religioso?

C’e sempre stato un dissidio fra la mia età anagrafica e la mia età mentale. In quarta superiore vedevo le mie amiche in discoteca e mi ritrovavo a pensare che ci fosse un’intera vita da scoprire fuori da quelle quattro mura rumorose. In quel periodo frequentavo il patronato ma con sguardo scettico perché ho iniziato ad avvicinarmi alle correnti di sinistra. Trovavo nel comunismo una dimensione più consona alle mie convinzioni: non era solo la realizzazione dell’individuo singolo ma di una dimensione collettiva. Solo dopo la fine delle superiori ho iniziato ad avere fede, sono andata ad Assisi ed ho iniziato un percorso. Dentro di me ho sempre avvertito una forte richiesta d’amore. Amore non solo per me ma per tutti. Penso che ci sia qualcosa di molto più grande della singola persona o della confessione religiosa. Siamo tutti alla ricerca di amore e di vita. Ognuno di noi è degno di dignità e d’amore, perché tutti hanno quella scintilla dentro di se e nel momento in cui prendiamo coscienza della nostra persona diventiamo fortissimi. Tutti noi concorriamo alla definizione di un qualcosa di più grande, in costante movimento. I problemi nascono quando cerchiamo di fermare questa sinergia.

Dunque il percorso di studi che hai scelto è stato dettato dalle tue convinzioni?

Dopo la forte esperienza in mensa popolare, ho sentito l’esigenza di capire. Sono tornata a casa e ho iniziato a frequentare l’associazione “Una proposta diversa-UPD”, con cui svolgerò il servizio civile. Dopodiché ho iniziato a lavorare con i disabili e a fare volontariato in Caritas. Ed è stato bellissimo ma avevo ancora bisogno di risposte. Ho scelto Scienze politiche perché credo che non si possa scindere la filosofia e la storia che si studia sui libri dalla politica e dalla vita di tutti i giorni. La filosofia non è retorica ma deve essere impiegata per aiutarci a comprendere meglio ciò che ci circonda. Credo che il mio percorso universitario sia uno strumento che mi permetterà di aiutare il prossimo. Ora, da poco finita la triennale, mi sono fermata a riflettere. Voglio proseguire i miei studi e laurearmi in magistrale e credo che il servizio civile sia un buon modo per capire se il mondo della cooperazione e della solidarietà sia adatto a me.

Sembra che per te sia già tutto molto chiaro. Da dove deriva questa consapevolezza alla tua giovane età?

Non mi definirei una persona sicura di sé, forse “sicura di tante piccole cose”. Ad esempio del bene che ho provato e del bello che ho visto in mensa popolare. Non è sempre facile avere a che fare con il senza tetto che non si lava, o con il disabile che non può deambulare da solo. Però è proprio in quel momento che io sento la mia umanità. Poi, sono altrettanto sicura di non sapere. Sicura che mi troverò davanti a tante sfide. Sembro in pace con me stessa esteriormente ma dentro sono inquieta. Vivo le cose intensamente e forse solo adesso ho iniziato a plasmare la mia agitazione. La persona saggia è quella che sbatte la testa su un muro.  Io mi sento così. Io sbatto di continuo la testa contro il muro. Poi quando sto per perdere la speranza e penso che non troverò una soluzione, mi ritrovo al di là del muro.

Sembri certa che l’esperienza che andrai a fare sarà un’esperienza positiva. E se così non fosse? Mi è stato consigliato di scegliere in totale autonomia l’esperienza da fare. Se avessi preso una decisione sbagliata me la sarei dovuta vedere solo con me stessa. È quello che ho fatto. Ho scelto di lavorare sul territorio non solo per rafforzarlo, ma perché ho bisogno di rafforzare anche me stessa.

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Simone Bosco, intervistato da Cecilia Passaniti

-L’esperienza di Simone Bosco raccontata al CIPSI prima dell’avvio del Servizio Civile Nazionale-

“Parola di Lupetto”

“A volte, semplicemente, raccontare la propria storia può aiutare a tirare fuori tante emozioni e sentirsi meglio. Per chi ascolta, è un buon modo per sperimentare l’empatia.”

Mercoledì mattina ho conosciuto Simone Bosco, giovane volontario napoletano che ha portato con sé una ventata di semplicità e purezza. Appassionato scoutista, attraverso la sua storia, Simone ci ricorda l’importanza di lavorare sul territorio e stare accanto ai più svantaggiati, con semplicità.

Parlami un po’ di te, sei un ragazzo molto giovane…

Sì, ho 19 anni! Mi sono diplomato quest’anno all’Istituto Tecnico Nautico come Macchinista. Parallelamente alla scuola, ho sempre coltivato il mio hobby, o meglio, la mia passione: gli scout, che mi hanno formato e fatto crescere. Quest’anno sarà tutto diverso, inizierò la mia prima vera esperienza lavorativa come operatore di Servizio Civile, e grazie al piccolo compenso economico previsto, potrò non gravare troppo sulla mia famiglia!

Il diploma di macchinista nautico cela una tua passione nei confronti della Marina?

Non la definirei una vera e propria passione; durante un Open Day a cui ho partecipato all’inizio delle medie sono stato attirato dalla proposta curriculare della scuola, quindi l’ho scelta. Nel programma in effetti si parlava anche di esperienze in mare.

Quindi hai avuto esperienze pratiche?

Purtroppo no! Anche se previsto nel programma, io non ho mai potuto imbarcarmi a causa della miopia. Per ottenere il libretto di navigazione rilasciato dalla Capitaneria bisogna fare una serie di esami fisici e di salute. L’ultimo esame che ho fatto è stato quello ottico e non sono passato. Fortunatamente la miopia è operabile ma per ora mi hanno sconsigliato l’intervento. In ogni caso, al momento sono un po’ demoralizzato quindi per ora non ho più quella voglia che avevo di imbarcarmi.

D’accordo, allora cambiamo argomento. Raccontami della tua altra grande passione: lo scoutismo.

Ho iniziato come “lupetto” mentre adesso sono nel “clan” ovvero l’ultimo grado. Tra questo e il prossimo anno finirò anche questo percorso e prenderò la cosiddetta partenza, il brevetto per diventare capo.

Quali tipi di attività fate all’interno del clan?

La cosa più interessante è la route: decidiamo un percorso e lo percorriamo a piedi. Quest’anno abbiamo scelto il cammino di Santiago; avevamo poco tempo e dovevamo conciliare gli impegni di tutti e tredici, quindi abbiamo dovuto farlo in 5 giorni e abbiamo percorso gli ultimi 120 km del cammino. Ci siamo anche fermati a visitare alcuni paesini lungo il tragitto; alcuni erano più piccolini e non c’era quasi niente, altri invece erano più carini. In uno di questi siamo capitati proprio nel giorno della sagra locale, quindi abbiamo potuto ammirarlo pieno di bancarelle, eventi musicali e tanti turisti.

Adesso partirai per il Servizio Civile a Napoli. Come vivi questo inizio?

Sono carico! Il progetto in cui sono coinvolto si chiama Costruire territori solidali coi minori. La nostra associazione, Gruppo missione Alem (GMA), si occupa di sostegno a distanza in Etiopia ma si concentra anche sull’aiuto nelle scuole del territorio napoletano. Conoscevo già l’associazione perché l’anno scorso io e Maria, la mia fidanzata nonché futura collega di Servizio Civile, collaboravamo come volontari. È anche così che abbiamo scoperto il Servizio Civile.

Hai già avuto altre esperienze nel lavoro con i minori?

Sì, con gli scout. Avevo avuto anche altre esperienze nel lavoro con disabili e i migranti. Non saprei dirti quale mi ha segnato di più perché sono tutte diverse e belle. Mi sono reso conto che quando si fa un servizio del genere si riceve talmente tanto che sembra quasi di non essere stato in grado di donare niente. Un esempio può essere quello delle attività con i migranti dove ho notato che, in qualche occasione, chiedere semplicemente il loro nome li faceva stare meglio. Per chi ascolta è un buon modo per sperimentare l’empatia.

Hai trovato appoggio nella tua famiglia per questa scelta?

Sì molto, devo ringraziare la mia famiglia perché sono loro che a 8 anni mi hanno fatto iniziare gli scout e conoscere questa realtà.

Cosa speri di ottenere da questo Servizio Civile?

Sicuramente di viverlo con gioia e dedicarmi a quello che vorrò fare. Spero a fine anno di avere un bilancio positivo degli obbiettivi che mi ero preposto.

Avendo lavorato già vicino a queste realtà, cosa vorresti che cambiasse?

Mi basterebbe che cambiasse la mentalità delle persone che mi circondano, vorrei che imparassero ad ascoltare l’altro. Non è sempre semplice capire a fondo l’esperienza altrui ma è possibile riuscire ad accettarla come diversa dalla propria.

 

Maria Migliaccio, intervistata da Francesco Scardala:

Maria, 19 anni, e lo scoutismo da sempre nel cuore

Vivere l’essenzialità

Gli 11 anni trascorsi negli scout le hanno aperto la mente riguardo a come sia possibile vivere senza i beni superflui di cui siamo circondati.

Maria ha 19 anni, viene da Giuliano in Campania (Na), è una scout da quando aveva otto anni e si è appena diplomata in ragioneria. Mi racconta del suo primo contatto col mondo degli scout e di quando la madre avrebbe voluto portarla subito via. Nella sua voce si percepisce la gioia di essere rimasta lì quel giorno di tanti anni fa, e in tutti i giorni successivi.

L’esperienza con gli scout le ha dato molto. Le ha insegnato a vivere l’essenzialità, evitando l’eccessivo attaccamento ai beni materiali. Le ha fatto capire l’importanza delle relazioni sociali e quanto sia fondamentale saper stare in gruppo. Ultimi, ma non per questo meno importanti, il contatto con la terra ed il rapporto con la natura. Mi racconta un episodio curioso, per il quale molti potrebbero anche provare disgusto, ma che secondo lei spiega appieno cosa voglia dire essere uno scout. Non sminuire, per quanto poco sia, quello che si ha, ma valorizzarlo il più possibile: durante una gita avevano lasciato il proprio pranzo a terra, si erano allontanati per fare dei giochi di gruppo ma al loro ritorno centinaia di formiche avevano preso il sopravvento. Era l’unico cibo che avessero a disposizione, quindi, dopo aver scrollato via gli insetti, l’hanno mangiato.

Le chiedo come si è approcciata al mondo del volontariato. Nel rispondermi mi fa comprendere quanto le sue esperienze personali abbiano influito su questa scelta. Dopo aver collaborato con la Caritas, si è messa a disposizione del GMA (Gruppo Missione Alem), presso cui opera ormai da un anno. L’associazione si occupa principalmente di adozioni a distanza di minori o interi nuclei familiari a Shashamane, villaggio distante duecentoquaranta chilometri da Addis Abeba, capitale dell’Etiopia. L’organizzazione concentra la propria attività anche nella promozione e nello sviluppo, sotto tutti gli aspetti, del territorio etiope: invio di materiali sanitari, medicinali e scolastici, formazione di insegnanti e personale medico, costruzione di scuole, presidii sanitari, case famiglia e molto altro. Maria è coinvolta emotivamente in prima persona. Non solo queste persone non hanno accesso a beni superflui, ma non possono nemmeno “vivere l’essenzialità”, cosa che, vista la esperienza da scout, è inaccettabile. Quello che però la stupisce è la forza di volontà di queste persone che,  nonostante le precarie condizioni di vita, non si lasciano abbattere da nulla. Nemmeno l’assistere impotenti alla distruzione provocata dalle alluvioni le spaventa, sono subito pronte a ricostruire. Non è facile togliere il sorriso agli etiopi.

Per il GMA è fondamentale che in parallelo a questi aiuti concreti, venga fatto un altrettanto importante lavoro di sensibilizzazione nelle scuole italiane di ogni ordine e grado. Tra i vari progetti in loco, mi parla della costruzione di acquedotti, attività nella quale la sua associazione è molto attiva perché, come mi spiega sorridendo, il suo presidente è ossessionato dall’acqua.

Maria Mi racconta che non ha intenzione di tornare a studiare, o almeno non subito. Alla fine di quest’anno di Servizio Civile le piacerebbe viaggiare e girare per il mondo. Non ha una meta precisa in testa, vuole solo partire. Sembra ancora confusa sulle possibili destinazioni, ma di certo non partirebbe per il “sogno americano”. Gli Stati Uniti sono un paese fin troppo ricco e sviluppato. Maria non vuole rimanere ad una conoscenza teorica del mondo, vuole viverlo, vuole sperimentare la diversità. Le piacerebbe visitare più località possibili, stabilendocisi per qualche tempo, lavorando, imparando la lingua e nel frattempo mettendosi a disposizione di chi ne ha più bisogno.

Tra i vari motivi che la spingono a partire c’è sicuramente quello di volersi mettere in discussione. Vuole scoprire quali sono le sue reali capacità. Altrettanto importante per lei è approfondire e documentarsi sulle diverse condizioni di vita nel mondo. Vorrebbe scoprire cosa c’è oltre a quello che si può trovare sui libri. Vuole saper parlare delle cose perché le ha vissute, non per sentito dire. Dall’esterno il futuro di Maria sembra incerto, ma lei ha le idee molto chiare.

Chiudo l’intervista chiedendole di riassumere in breve cosa rappresenti per lei il Servizio Civile e perché l’abbia scelto. Nel formulare la risposta, riassume tutto quanto detto fin ora. “Voglio mettermi a disposizione degli altri. Di chi, non potendosi appoggiare a nessun altro, ha bisogno di una mano. Voglio conoscerli e confrontarmi con loro, per poi poterli, nel mio piccolo, aiutare.”

 

OLP Angela Visconti, intervistata da Giulia Segna:

Da New York a Shashamane, il viaggio che le ha cambiato la vita

Angela, ottimista e coraggiosa, ha saputo rinunciare alla confortevole vita di ricercatrice a New York per tornare nella sua Napoli e dedicarsi al volontariato, l’attività che fin da piccola riesce a riempirle il cuore come nessun’altra.

Cara Angela, come mai hai deciso di rinunciare ad un buon contratto di ricercatrice a New York per tornare a Napoli e dedicarti al volontariato?

Sono approdata a New York appena ventenne. Entusiasta e spensierata. Avevo vinto una borsa di studio per un dottorato di ricerca in una delle università più prestigiose della città. Sono rimasta lì per dieci anni, un periodo fantastico che mi ha regalato incredibili momenti di crescita. Ho conosciuto personaggi importanti del mondo della ricerca, ho collaborato con alcuni degli esperti più noti degli ambienti accademici ed istituzionali. Stavo vivendo “il sogno americano” e molti mi ammiravano per questo. Tuttavia, sentivo che stavo trascurando un lato importante di me stessa, una voce interna che non riusciva più a trovare sfogo: le attività di volontariato in favore dei più deboli. A loro avevo dedicato tempo ed energie fin da quando ero bambina. Quella sensazione di benessere derivata dall’aiuto verso il prossimo ha cominciato a mancarmi terribilmente. In concomitanza con un accadimento personale, ho trovato la forza di licenziarmi e abbandonare i facoltosi ambienti newyorkesi, per tornare a casa e provare a ricominciare da me, da quello che sentivo di essere davvero.

Sei stata molto coraggiosa. Dopo dieci anni di assenza da Napoli hai dovuto rimetterti in gioco, rivendere le tue competenze e costruirti una nuova identità. Ma quando hai conosciuto il GMA (Gruppo Missione Alem) tutto è cambiato…

Sì. Quello con il GMA è stato uno degli incontri più belli della mia vita. Me lo ha fatto conoscere un mio amico, all’epoca volontario. Mi aveva raccontato di come l’associazione portasse avanti, con grande passione, dei progetti in Etiopia. L’Africa rappresentava un sogno per me, quindi ho colto immediatamente l’occasione per presentarmi al presidente e chiedere se servisse una mano. Fin da subito ho percepito che si trattasse di una grande amorevole famiglia. Me ne sono perdutamente innamorata, tanto da diventarne volontaria a tempo pieno.

Quante ore al giorno dedichi alle attività nel GMA?

Il tempo che dedico non è calcolabile perché molto variabile; posso trascorrerci intere giornate come solo una mattinata, a seconda del bisogno momentaneo. A volte neanche ci faccio caso a quante ore passo in ufficio -o in attività fuori dalla struttura-, talmente ci metto il cuore. In effetti sono sempre reperibile, sanno di poter contare su di me in qualsiasi caso. A volte mi capita di posporre o rinunciare ad impegni extra come l’uscita con le amiche, la palestra o addirittura il lavoro! Il volontariato al GMA viene prima di ogni cosa.

Relativamente al lavoro di volontaria, raccontami di qualche episodio che ti ha particolarmente segnata.

Senza dubbio ne ho uno che ricorderò per tutta la vita: il viaggio in Etiopia di cui sono da poco reduce. Siamo andati a visitare il villaggio di Shashamane, a sud di Addis Abeba, dove portiamo avanti un progetto in favore dei bambini della comunità, tramite il sostegno a distanza. Lì ho trascorso un mese; giorni intensi e bellissimi, circondata dai sorrisi della gente locale. Il famoso mal d’Africa ha colto anche me e per questo non vedo l’ora di tornarci. È una sensazione stupenda. L’aspetto che più mi ha colpita è stato l’incontro con i bambini che fino a quel momento avevo visto solo in foto, ma anche la ricca e coloratissima vegetazione etiope. Ne sono stata travolta.

È stata un’esperienza per nulla paragonabile a quella vissuta a New York: mentre in questa ultima mi sentivo sballottata come in un flipper, in Etiopia mi sembrava di essere comodamente seduta su una barca che percorreva con lentezza un lungo fiume. Ho avuto la possibilità di guardarmi intorno, di ascoltare me stessa, di riflettere, di capire chi fossi davvero. Solo così sono riuscita a comprendere quale sia il mio ruolo nella società.

 

Federica Farano, intervistata da Giada Cicognola:

 A tu per tu con Federica, ventottenne di Sabaudia con una grande voglia di mettersi in gioco nel nuovo progetto di vita che la aspetta con il Servizio Civile.

Cambiare è possibile   

Federica ha voglia di cambiare. Di seguire la sua strada, dopo anni in cui si è messa in secondo piano. I braccialetti al polso tintinnano mentre risponde alle mie domande con pacatezza e convinzione, e la sua t-shirt dice “Yes”, sì. Forse è un caso, ma sembra davvero che Federica stia dicendo con forza di sì al primo passo di quella che può essere la sua nuova vita.

Studi di mediazione linguistica e scienze politiche in tasca, esperienze universitarie a Roma e a Siena, anni di lavoro con il pubblico ma anche con l’UNICEF, per seguire la sua passione della cooperazione, svelano una giovane donna dai tanti interessi, e con la voglia di aprire un nuovo capitolo nella sua storia.

Federica, come mai la scelta del Servizio Civile?

Ho deciso di cambiare vita dopo la fine di una relazione lunga ed importante, di ben 9 anni. Non mi vedevo più a fianco di questa persona e seguirla avrebbe significato rinunciare alla mia strada personale, troncare i miei sogni. Volevo invece mettere a buon uso i miei studi, e fare gavetta con il Servizio Civile.

Perché scegliere un progetto in Italia, e non all’estero? E come mai questo specifico?

Le mie attività con l’UNICEF avevano un’impronta molto locale, quindi ho voluto continuare a focalizzarmi sul territorio per poi, chissà, dare il mio contributo a livello internazionale.

Nel mio colloquio per un altro progetto ho conosciuto la mia responsabile attuale, ci siamo piaciute ed eccomi qui, pronta per un’esperienza in una scuola di Palestrina, dove lavorerò sull’integrazione scolastica con minori emarginati, o migranti. Per me sarà una realtà davvero nuova.

Cosa pensi di poter dare a questo progetto?

Spero davvero sia un’occasione per dare ed avere: capire se questa è la mia strada, agire sul locale e nel mio piccolo contribuire all’integrazione. I bambini rappresentano il nostro futuro e credo sia importante incidere su come formulano i loro pensieri, magari anche attraverso piccoli passi come una recita, uno spettacolo.

Federica non ci sta a lasciare le cose come stanno, nell’indifferenza generale.

Rispetto alle persone che ti circondano, ti senti diversa?

Quando chi conosco esprime visioni estreme di razzismo e violenza mi suscita rabbia e delusione. Credo ci sia una grande ignoranza verso la storia ed il passato italiano, quello che abbiamo fatto, nonché verso la nostra presente Costituzione ed i suoi valori fondanti. Tutti devono avere la possibilità di farsi la propria vita – e se non nel tuo posto d’origine, perché non qui? D’altronde gli italiani lo hanno fatto in passato. Io non appoggio per niente queste idee, e cerco di cambiarle nel mio piccolo.

 Chi è Federica, nel suo tempo libero?

La mia passione è la musica e Ligabue il mio cantante preferito, anche se purtroppo non sono potuta andare all’ultimo concerto. Federica è una ragazza un po’ introversa, mi identifico spesso con una tartaruga: come lei sono calma e riflessiva, ascolto molto e parlo poco, ma con la giusta confidenza mi posso aprire, addolcendo la mia corazza. Ho due tatuaggi che raccontano proprio questo.

Cosa dicono i tuoi tatuaggi?

Una tartaruga appunto, con scritto “Viva”, la canzone di Ligabue. E poi una frase di un’altra sua canzone “Voglio volere, voglio che ogni attimo sia meglio di quello passato”. Li ho fatti entrambi dopo rotture sentimentali ed ora ho davvero deciso di mettere l’io, che prima accantonavo per altri, al centro di tutto, e fare qualcosa che mi piace e che può servirmi in futuro.

Federica spera di coniugare le sue passioni con i bambini con cui lavorerà, chissà magari facendo cantare Ligabue al coro di Natale.

Cosa vorresti fosse l’impronta di Federica, cosa vorresti che questi bambini ricordassero di te?

Direi loro di non farsi abbindolare dalle idee che li circondano e di sviluppare un pensiero indipendente, di non porsi limiti nello scegliere la propria strada e di essere sempre sé stessi al di là delle differenze.

Una paura per i prossimi dodici mesi ed una speranza?

Per me questo è un campo totalmente nuovo, vorrei riuscire ad essere più estroversa ed evitare di bloccarmi, mettermi in gioco al 100% – sono sicura che ce la farò. La speranza è di aver trovato qualcosa che mi affascini, di aver trovato la mia strada, la paura per contro è che sia qualcosa che non fa per me. Mi rimboccherò comunque le maniche, come ho sempre fatto.

 

Francesco Scardala, intervistato da Maria Migliaccio

 “L’associazione è la mia vita”

Eravamo seduti sulle scale di un grande palazzo; l’aria era fredda e intorno non c’era nessuno. Lui era molto teso ed io non più tranquilla di lui. Si muoveva in modo agitato. Non mi guardava negli occhi. Ho provato a rompere il ghiaccio dicendo qualcosa di divertente e cercando di capire qualcosa di lui, quindi gli ho chiesto di raccontarmi un po’ di sé, della sua vita.

Ha iniziato la sua presentazione parlandomi del Servizio Civile che comincerà quest’anno in un’associazione dove ha svolto già tre anni di volontariato. Mi ha spiegato che l’associazione, “AltraMente scuola per tutti”, si trova in un quartiere di Roma con un alto tasso di abbandono scolastico, popolato soprattutto da stranieri. Ho percepito molta emotività mentre mi raccontava. Ha continuato: “si occupa principalmente dell’integrazione di bambini stranieri nelle scuole”. Mi ha raccontato che si è diplomato al liceo agrario. Subito dopo ha provato l’Università di economia ma non è andata come sperava: “non era quello che mi interessava veramente fare, quindi mi sono buttato anima e corpo nel volontariato”.

Anima e corpo. Avevo capito con quale argomento si sarebbe sciolto, così gli ho chiesto perché avesse scelto proprio di entrare in un’associazione, perché avesse scelto di aiutare quei bambini. Lui mi ha guardata e mi ha risposto entusiasta: “Perché da una parte sentivo che mi faceva stare bene e dall’altra vedevo che le istituzioni, la scuola soprattutto, non dava la possibilità di integrarsi a dei bambini che, un po’ per problemi di lingua, un po’ per il carattere, non riuscivano ad integrarsi. Quindi con il mio piccolo aiuto voglio cercare di facilitargli l’inserimento, perché se non lo facciamo noi con le associazioni, chi lo fa?”

Notando il suo profondo coinvolgimento emotivo, ho provato a chiedergli di descrivermi quali fossero le sue emozioni, le sue sensazioni, anche se il suo modo gioioso di parlare dell’argomento le rendevano quasi palesi.

Non posso dire che lo faccio per loro o l’ho fatto solo per loro, perché ha arricchito tanto anche me, mi fa stare bene, mi fa tornare a casa la sera pensando “ok, oggi ho fatto qualcosa di bello, di utile per la società”. Quindi sì, mi hanno aiutato tanto anche loro. Il bene che se ne ricava è reciproco. Sono molto felice di aver intrapreso questa strada”.

 

Giulia Segna, intervistata da Gabriele Pianardi

               Rincorrere il vento e sentirsi a casa. Dialogo con una collega vagabonda

-Tutto il mondo è dietro l’angolo-

“Ho sempre viaggiato tantissimo. Fin da piccola ho avuto la fortuna di essere stata trascinata in ogni parte del mondo dai miei genitori, e ora, che ho quasi ventisei anni, mi rendo conto di quanto sia stato importante per me. Tutto questo viaggiare mi ha permesso di guardare il mondo da più prospettive; mi ha fatto capire quanto sia importante osservare con occhi diversi la realtà che viviamo”.

Giulia non riesce proprio a stare ferma. Sembra come se per lei il mondo sia un grande libro pieno di poesie, racconti, canzoni e volti; un libro che non potrà annoiarla o stancarla mai. E’ stata praticamente ovunque. Nella breve chiacchierata che ci concediamo in una pausa lavorativa, comincia ad elencarmi tutte le mete che, mese dopo mese, anno dopo anno, hanno fatto parte della sua vita e che, in qualche modo, l’hanno condotta qui.

“Dopo un’infanzia all’insegna dei viaggi per il mondo con la mia famiglia, ho cominciato a muovermi anche da sola. Sono stata in Etiopia come volontaria per una Ong; in Sudan come ricercatrice per la tesi di laurea; a Bruxelles per un corso di progettazione; a Londra come babysitter au pair; a Ginevra per il GiMun, la simulazione dell’assemblea delle Nazioni Unite in cui ogni partecipante doveva rappresentare la delegazione di un certo paese e proporre soluzioni a tematiche discusse insieme. Sono state tutte, ognuna a suo modo, delle esperienze molto arricchenti per me”.

 Sono state delle lunghe esperienze? Le domando

No, mai troppo lunghe. Potrei dire che le mie esperienze all’estero sono state più intense che prolungate. Adoro viaggiare e scoprire nuovi posti, confrontarmi con differenti realtà, ma adoro anche stare a casa mia, con la mia famiglia, nei miei spazi e nella mia quotidianità. Forse devo ancora trovare il giusto equilibrio fra il desiderio di vivere momenti intensi di viaggio, alla scoperta di culture lontane, e la necessità di tenermi ancorata ai posti dove sono nata e cresciuta.

 Qual è il viaggio che più di tutti ti ha appassionato? Le chiedo incuriosito

Lei solleva lo sguardo e ci pensa un po’ su, anche se forse la risposta è già da qualche parte dentro di lei… “Dal punto di vista di arricchimento personale, il viaggio che mi ha lasciato il segno più grande è stato quello in Sudan. Lì ho finalmente vissuto in prima persona la realtà della cooperazione internazionale, che prima avevo conosciuto solo attraverso i testi universitari, la televisione, articoli di giornale. E’ stato il mio professore, attuale ambasciatore italiano in Sudan, ad introdurmi all’ambiente. Mi ha mostrato l’immenso e complesso universo della diplomazia. Sentirmi parte di questo ambiente è stato veramente emozionante.

 E che tipo di ambiente è quello della diplomazia e della cooperazione?

E’ un mondo che mi attrae tantissimo per lo stile di vita che offre: uno standard molto elevato. I figli degli ambasciatori ad esempio studiano in scuole internazionali, i coniugi dei diplomatici hanno l’opportunità di dedicare molto tempo allo studio e ai propri hobby poiché spesso non lavorano. Ecco, questo aspetto mi affascina, ma allo stesso tempo mi spaventano i suoi lati negativi: ho la sensazione che sia uno stile di vita che mi farebbe facilmente perdere di vista l’obbiettivo per cui ho scelto la cooperazione: aiutare, collaborare onestamente con altri popoli, migliorare la società in cui sono nata e in cui sto crescendo. Anche su questo dovrei fare una riflessione molto profonda. Devo riuscire a capire se il mondo diplomatico e istituzionale mi permetterebbe di portare avanti i miei valori e ideali.

 Pensi possa esistere un mondo legato alla diplomazia ma slegato da questo stile di vita così agiato? Un compromesso che permetta di essere solidali ma senza creare a sua volta disuguaglianze economiche? Una dimensione che riesca a conciliare le tue esigenze di solidarietà e benessere ma senza eccedere nel lusso…

Il giusto compromesso potrebbe essere una grande Ong. Famosa, internazionale, le cui attività di solidarietà siano ben avviate, che non rinuncia ad un contatto diretto con i beneficiari dei progetti. Penso ad esempio a Emergency o a Save The Children; hanno una lunga e solida esperienza di cooperazione che le rende di fatto delle istituzioni, ma al tempo stesso mantengono vivo il rapporto diretto con i malati, gli impoveriti, i disagiati. Questo dovrebbe essere il modo di operare se veramente si vuole aiutare chi è più svantaggiato. Non vorrei mai ritrovarmi a lavorare per delle agenzie che fingono di fare cooperazione, soggette a corruzione o fortemente politicizzate.

 Che tipo di solidarietà vorresti portare avanti personalmente? Integrazione dei migranti, aiuto dei minori, assistenza ai disabili? Dove ti vedi impiegata nel grande mondo degli aiuti umanitari?

L’internazionalità e l’interculturalismo sono dei fattori primari per me. Prediligo una solidarietà internazionale, che vada quindi a coinvolgere più popoli. Quindi, anche se dovessi lavorare in Italia, l’ambito in cui vorrei essere impegnata sarebbe quello dell’integrazione degli stranieri. La collaborazione con persone appartenenti a culture differenti è un tassello fondamentale per me. Ho scelto il progetto di Servizio Civile del Cipsi proprio perché mi dà la possibilità di confrontarmi con bambini di altre nazionalità. Già ai tempi del liceo e dell’università (mediazione linguistica e interculturale) sentivo che il mio punto di forza sarebbe stato lo scambio interculturale. Lo cerco in tutto: nei film, nelle letture, nei racconti, nelle favole, nei cibi e, soprattutto, nella quotidianità. Il compito che do a me stessa è quello di essere sempre in prima linea per favorire il matrimonio fra più culture ed usanze; sono convinta che attraverso l’unione si possa costruire qualcosa di veramente bello. Bisogna essere l’alternativa al populismo che sta prendendo piede in Europa, la risposta a chi non vuole ascoltare il grido d’aiuto delle persone che scappano dalla guerra e dalla violenza. Si può ancora fare tanto.

 La scuola fa abbastanza secondo te?

No, la scuola non fa abbastanza. Si sta trasformando sempre più in un istituto che omologa le menti dei suoi studenti. Non spinge il bambino ad una formazione coscienziosa delle proprie idee, anzi soffoca l’espressione di individualità per favorire un insegnamento standard che non ascolta le esigenze dei singoli. Anche dal punto di vista dell’insegnamento interculturale, nei programmi scolastici trovo ci siano molte carenze: allontanano i bambini dagli ideali di solidarietà, e non fanno che rafforzare le concezioni stereotipate nei confronti delle culture altre. Non è certo questa la scuola che vorrei nel momento storico odierno. Le pareti delle aule dovrebbero essere riempite di storie provenienti da ogni capo del mondo, e i bambini, piuttosto che lasciare che si percepiscano come diversi, dovrebbero essere spinti dagli insegnanti verso un approccio che valorizzi le differenze, senza trasformarle in disuguaglianze sociali. Poi, quello che noto è che si tende ad imporlo l’insegnamento, non a offrirlo: i bambini avvertono la realtà scolastica come qualcosa di noioso, brutto, distante. Sono state accantonate tante belle attività costruttive quali colorare, disegnare, l’educazione civica, il rapporto con l’ambiente. Non è questa l’impostazione che mi aspetto da una realtà che dovrebbe formare le menti del domani, bisogna rompere queste geometrie schematiche. I bambini devono poter essere degli spiriti liberi, non dei soldatini devoti al dovere.

 Quindi credi che la scuola sia peggiorata da quando la frequentavi tu?

Confrontandomi con mio fratello, di dieci anni più piccolo, direi che forse la scuola è peggiorata. Magari ciò è legato al fatto che è peggiorata la realtà in cui viviamo… anche se “peggioramento” non è la parola adatta, diciamo semplicemente che si è trasformata. Nelle aule i ragazzi non mostrano rispetto verso la figura del professore e della scuola in generale, e come in un circolo vizioso, questo ha condotto gli insegnanti a non interessarsi più dell’istruzione dei loro studenti, a fregarsene a loro volta. Poi, in tutto ciò, le lezioni frontali non aiutano: mi danno l’idea di un generale che dà ordini al suo esercito. Il banco stesso trovo sia un limite: dovremmo sederci tutti per terra, rompere lo schema che vuole il professore alla cattedra e gli alunni imbambolati di fronte a lui. Sarebbe bello trovare delle soluzioni che siano sostenibili per le menti degli studenti, non forzarli a seguire noiose lezioni che non vogliono ascoltare. Andrebbero apportate delle forti modifiche strutturali. Solo così, forse, si potrà riuscire a scuotere di nuovo le menti del futuro. Magari spetterà proprio a noi del Servizio Civile…

 

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