Impressioni e riflessioni delle volontarie CIPSI a tre mesi dall’avvio del loro Servizio Civile in Senegal.

Il portellone dell’aereo si apre attorno alle 2 di notte del 3 ottobre 2017 ed una zaffata di aria calda ci schiaffeggia mentre scendiamo. Saliamo in due taxi sgangherati e in pochi minuti arriviamo in una stradina polverosa, di fronte ad un edificio in costruzione a Pikine Ouest. Benvenute a casa. Il resto della prima settimana è un vortice di strette di mano e parodie dell’assurdo, dalla signora che spazza via la terra da una strada fatta di terra alle caprette tenute in balcone durante la notte. Il tempo scorre lento, lentissimo, non serve più nemmeno l’orologio.

Comincia così per noi l’avventura di Servizio Civile in Senegal. Sembra sia passato tanto tempo, ed invece il calendario ci ricorda che è pochissimo che siamo in terra africana. Dopo 3 mesi di esperienza siamo ancora confuse da quanti aspetti simili e diversi ci siano fra le due culture: ogni giorno è un processo di assimilazione a se stante, un microcosmo di incontri e riflessioni su dove siamo e sul nostro ruolo qui. Per provare ad apportare il nostro contributo allo sviluppo del Senegal abbiamo capito fin da subito che sarebbe stato necessario conoscere a fondo la sua storia, i suoi costumi, ma soprattutto la sua gente. E forse nemmeno un anno intero di Servizio Civile basterà per darci questa visione di insieme, imprescindibile per provare davvero a fare cooperazione.

Proprio perché capire le persone significa da ultimo capire una nazione, è con loro che cerchiamo di passare la maggior parte del nostro tempo. Tuttavia nel cercare di conoscere il Senegal attraverso i senegalesi non possiamo prescindere dal gruppo di persone con cui affrontiamo qui il Servizio Civile. L’esperienza diventa così una sorta di terra di mezzo. Sarai sempre con le tue compagne di viaggio, colleghe, coinquiline, con loro e attraverso loro l’anno è reale, vivo e pulsante. Questo d’altra parte crea una bolla, un cuscinetto, posizionandoti a metà strada tra i locali con cui sarà difficile integrarsi completamente, ed il mondo degli expats delle grande agenzie internazionali, che dai quartieri di lusso della capitale certe volte non si sono mai spostati per mettere piede in un mercato locale.

Le nostre impressioni del Senegal non possono poi prescindere dal contesto in cui nascono. Pikine è periferia caotica, polverosa e rumorosa ai margini della capitale di un paese africano in evoluzione, anch’essa, come noi, terra di mezzo tra i villaggi della Casamance, al sud del paese, e Dakar. Grazie a questo progetto stiamo apprezzando una realtà che altrimenti sarebbe stata fuori dalla nostra portata, immergendoci tra chi si affaccia alla modernità rimanendo ancorato alla tradizione. Un tuffo in quelli che immaginiamo fossero gli anni ‘50 in Italia, tra innovazione e nuovi status simbol ed i valori culturali che hanno fatto da guida per secoli. Anche qui, oggi, riunirsi attorno alla televisione sostituisce il rito del tè, facendo perdere un po’ della naturalezza nei rapporti umani tipici di questa terra.

La stessa naturalezza di un mondo più semplice la ritroviamo però nel passare a salutare nuovi amici senza avvertire prima, nel vedersi estendere un invito a condividere il piatto che altri stanno mangiando. Yassa poulet, Thiebu dienne, ci sarà sempre un pasto per te, che ti farà percepire il sincero onore nel poter condividere il cibo, perché qui davvero vale il concetto di “aggiungi un posto a tavola”, o a terra, poco importa. Se il piatto basta per cinque persone allora ce ne possono mangiare anche dieci. Senza bisogno di conferme scritte, un invito genuino per accogliere al meglio questo ospite straniero e farlo sentire parte di una grande famiglia. È in questi piccoli gesti che a volte, quando non siamo distratte dalle tante superabili difficoltà quotidiane, ritroviamo i segni della famosa teranga, l’ospitalità senegalese. E la scopriamo anche nella nostra nuova famiglia adottiva, parenti di amici da cui ci fermiamo per una cena o un semplice saluto, riassaporando quel calore di casa e dell’essere a proprio agio anche nel non far nulla, seduti per terra sullo stesso tappeto.

Qui non sei invisibile, come in ormai tante città europee, per te ci sarà sempre una parola di saluto, un’accortezza, un’attenzione. E proprio perché veniamo da un contesto europeo così diverso, quasi di indifferenza, in questi mesi non sempre è stato semplice accettare certe attenzioni in quanto bianche, in primis, ma comunque aliene, diverse. Si sfumano i confini della tua autonomia e indipendenza, tutti ti vorranno accompagnare ovunque perché risulta così strano che un europeo si sposti da solo, magari prendendo un autobus locale, o rifornendosi al negozio all’angolo. Allo stesso tempo tutti saranno piacevolmente sorpresi nel constatare qualsiasi piccolo passo che dimostriamo verso l’integrazione nella cultura senegalese, che sia il mangiare a terra dallo stesso piatto, o usare alcune parole in Wolof.

Il Wolof è il principale gruppo etnico e lingua del paese, che soprattutto qui nella periferia della grande capitale fa sentire tutto il suo peso culturale e di appartenenza. Una barriera importante per chi non lo parla e fin dai primi giorni sente l’alienazione che il solo parlar francese causa, talvolta rigettato con orgoglio e un pizzico di rabbia. Eppure la comunicazione qui è chiave per tutto, in particolare per riuscire a superare il colore della pelle e provare ad instaurare un vero dialogo e dei punti di incontro. Difficile però andare oltre le prime e facilmente memorizzabili ritualità di conversazione senza padroneggiare questa lingua, principalmente orale, che è strumento chiave per la maggior parte degli abitanti di Pikine, soprattutto quelli che hanno avuto meno accesso ad un’istruzione di livello.

Tanti pensieri si accavallano nella nostra testa ogni giorno, mentre tentiamo di renderci utili e allo stesso tempo comprendere questa cultura, inserendoci nel ritmo di un tempo che appare così diverso: minuti che sembrano ore e giornate che volano, guidate dall’imprevedibilità dei trasporti locali, del traffico, degli inviti spontanei, delle conversazioni per strada. Adattandoci alle dinamiche di una vita fatta di pochi comfort, con calcoli accurati su come svolgere le azioni più semplici, dal bucato alla spesa. La frutta la compri al mercato vicino al lavoro, la verdura in quello vicino a casa, gli accessori in quello ancora più lontano. Tutto è in bilico, dalle piramidi di frutta per presentare la merce alle persone che sfilano ai bordi delle strade, dalle pile di stoffe coloratissime incastrate l’una sull’altra ai personaggi aggrappati ai minibus mentre urlano la destinazione del mezzo. Negozi ‘normali’ costeggiano le entrate dei mercati, per poi aprire fessure invisibili all’occhio inesperto e in cui infilarsi per scoprire cataste di bancarelle male illuminate e un piccolo mondo a parte, fatto di donne, uomini e bambini che passano le loro giornate in questi labirinti maleodoranti.

C’è chi di noi ha lavorato in Italia con migranti senegalesi, ed immergendosi così a lungo e totalmente nella loro cultura capisce meglio le origini del sogno migratorio, il perché della scelta, ma non si arrende al partire come unica soluzione, cercando di instaurare con tutti i giovani che ci parlano un vero dialogo sul perché l’Italia o l’Europa non siano necessariamente la terra promessa. C’è chi di noi rimane colpito dalle dinamiche di genere, dal ruolo centrale che il matrimonio ed i ruoli predefiniti da religione e tradizione hanno designato per uomini e donne, e cerca di capire con il dialogo quanto e se questi percorsi già tracciati stiano cambiando con le nuove generazioni. C’è chi tra noi comincia a capire che la cooperazione internazionale è fatta di piccolissimi passi, dal bisticciare con un fornitore al cercare di stampare documenti in mezzo a tagli di corrente elettrica, di giornate che non vanno secondo i piani, di frustrazioni mischiate a soddisfazioni quando fa così caldo che il sudore diventa condizione costante o c’è così tanto vento che la sabbia delle strade di Pikine entra in ogni piega del vestito.

Una ricerca continua, tutti i giorni, per ciascuna di noi, un cammino verso la comprensione del Senegal che siamo convinte continuerà fino a quando non risaliremo le scalette dell’aereo che, alla conclusione del Servizio Civile, ci riporterà in Italia.

 

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