Ieri, 24 luglio 2019, si è tenuto l’incontro conclusivo del progetto “Ponti . Inclusione sociale ed economica, giovani e donne, innovazione e diaspora”, presso la Casa Internazionale delle donne, a Roma. Il progetto, promosso dal maggio 2017 ad agosto 2019, si è svolto in sette regioni di due Paesi africani, Etiopia e Senegal, da Arcs-Culture solidali, capofila, e da altre 20 Ong italiane, straniere e locali – tra cui Aidos, Oxfam e Cipsi – e le comunità della diaspora in Italia, finanziato con 2 milioni 650 mila euro (di cui 2 milioni e 357 mila erogati dal ministero dell’Interno). Il progetto è nato con l’intento di contrastare le cause profonde delle migrazioni coinvolgendo i suoi possibili candidati, in particolare le donne e i giovani, promuovendo maggiore occupazione e il coinvolgimento delle diaspore e dei migranti di ritorno, per lo sviluppo di attività sostenibili nei Paesi d’origine. Secondo i dati sono oltre 50 mila le persone raggiunte da campagne informative sui rischi della migrazione irregolare, 9 mila giovani, donne e migranti che hanno acquisito competenze tecniche e in gestione di impresa.

“Il valore aggiunto di un progetto come Ponti è di proporre una pluralità di interventi ad ampio raggio, che si focalizzano non tanto sul fatto di “prevenire” le migrazioni, quanto di permettere alle persone di restare. Perché anche questo è un diritto”. Con queste parole apre il dibattito Nadan Petrovic, professore dell’Università La Sapienza di Roma, di Strategia della cooperazione, il quale si è occupato della valutazione finale del progetto. “Il valore di Ponti, prosegue Petrovic, sta nel fatto di fornire una risposta concreta combinando interventi diversi: attività formative, volte a creare opportunità di impiego, accanto ad altre azioni per l’inclusione economica e sociale. Non solo. Ponti ha previsto momenti di confronto per informare le comunità locali sui rischi delle migrazioni, ma anche su quali siano i canali di migrazione regolare”. Queste azioni sono coerenti con la strategia UE di rafforzamento della partnership Europa-Africa, come ha sostenuto anche Elena Ambrosetti, docente del Dipartimento di metodi e modelli per l’Economia il Territorio e la Finanza Eurosapienza-Memotef , che si è occupata, assieme a Teresa Del Vecchio, di analizzare le buone pratiche del progetto. “La prima buona pratica è il rafforzamento delle Osc e delle istituzioni locali nell’elaborazione di strategie e servizi di inclusione sociale ed economica, con i tre cicli di formazione ideate e coordinate da Cies, riproducibili e sostenibili anche in altre aree – spiega Ambrosetti – la seconda è sicuramente la prevenzione dell’immigrazione irregolare, con le due campagne coordinate da Cies: in Etiopia, ‘Let me see my assets before I migrate’ e, in Senegal, ‘Toog Sabab Tekki’, dove sono state coinvolte le donne, che spesso guidano la vita familiare e instradano i figli, per invertire la tendenza e fare in modo di utilizzare le opportunità offerte dal territorio”. Un ruolo attivo delle donne testimoniato negli scatti di Giulio Di Meo, in mostra alla Casa delle Donne e, in sala, dai racconti di Yayi Bayam Diouf, del Collettivo delle donne per la lotta contro l’emigrazione clandestina (Coflec) in Senegal, e di Tsigie Haile Woldegiorgis, della Ong etiope Women in Self Empowerment (Wise), coinvolta nella rete di Ponti in azioni locali. Fondamentale tassello del progetto la rete delle comunità all’estero che, sottolinea Susanna Owusu Twumwah del Summit italiano delle Diaspore, “ha in comune con Ponti l’obiettivo di creare un connubio tra le realtà di diaspora in Italia e i Paesi d’origine, facendo sistema tra i vari soggetti che vogliono fare cooperazione internazionale”. E che, per Giulia Taccetti, di Oxfam Italia, “possono essere un ponte per un accesso privilegiato per la conoscenza dei territori” e per un uso strategico “delle rimesse delle diaspore in Italia, che hanno un potenziale enorme se convogliate in iniziative che hanno un impatto generale”. Il fenomeno migratorio “è soprattutto un fenomeno femminile e femminista”. Ne è convinta Maria Grazia Panunzi, presidente di Aidos-Associazione italiana donne per lo sviluppo. “In tutto il flusso della popolazione, che subisce la tratta, il 71% è costituito da donne e ragazze“, le quali sono i soggetti più a rischio di violenza e maltrattamenti. La spiegazione, per Panunzi, è che i bisogni delle donne e della popolazione LGBTQ “non vengono considerati” perché “non c’è un approccio di genere“. Approccio con cui, invece, “nel progetto Ponti noi di Aidos ci siamo misurati”, con un lavoro finalizzato ad affermare “che le donne hanno diritto ad avere un empowerment economico perché attraverso questo passa poi la loro autodeterminazione e autonomia, la gestione di un reddito e un diverso posizionamento all’interno della famiglia e della comunità”.

Silvia Stilli, direttrice di Arcs e presidente di Aoi, l’Associazione che raduna le Ong italiane, ha concluso la giornata di ieri esprimendo profonda soddisfazione per i risultati di Ponti, “un progetto ampio e ambizioso”, nonostante il difficile clima politico che sta affrontando il Terzo Settore. Per la presidente dell’Aoi nel Terzo settore “occorre discutere insieme di cosa sta succedendo oggi al mondo della società civile di questo Paese, laddove la questione dell’aiuto umanitario in mare è solo una scusa per attaccare complessivamente la società civile. A mio parere adesso è questo il tema”, precisa Stilli, che alle Ong lancia un appello “a un’unità di programmazione, di advocacy, di lavoro, di valori“.

Informazioni e immagini prese da «Agenzia DIRE» (www.dire.it ), articoli di Alessandra Fabbretti e di Annalisa Ramundo.

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