Padre Daniele Moschetti, comboniano, denuncia il fenomeno dell’accaparramento delle terre che sta impoverendo, ad esempio, il Sud Sudan. ”Spesso i cittadini non sanno che i loro governi stanno svendendo le loro terre, stanno affamando i contadini. Nel giro di cinque-dieci anni si troveranno esautorati dei loro diritti: non avranno un luogo dove poter vivere, mangiare, educare i figli”.

Patrizia Caiffa

Un fenomeno mondiale recente, che ha i suoi aspetti più gravi in Africa, dove 67 milioni di ettari di terra sono stati già accaparrati. È il cosiddetto “land grabbing”, l’accaparramento di terre coltivabili con fonti d’acqua da parte di multinazionali dell’agro business e gruppi finanziari, attratti dai prezzi dei generi alimentari in aumento e dalla domanda crescente dei biocarburanti e di prodotti agricoli. I missionari comboniani, presenti con un nutrito programma di iniziative al Forum sociale mondiale che si è svolto a Tunisi dal 26 al 30 marzo, ne hanno parlato durante un seminario. Abbiamo approfondito il tema con padre Daniele Moschetti, da tre anni provinciale dei comboniani a Juba, in Sud Sudan, il secondo Paese in Africa, dopo l’Etiopia, a subire gli effetti del land grabbing.

Qual è la situazione in Sud Sudan, l’ultimo Paese nel mondo ad aver ottenuto l’indipendenza, un anno e mezzo fa?
“Anche prima dell’indipendenza il 9% delle terre era già stato accaparrato da multinazionali e altri Paesi, in maniera legale o illegale. Figurarsi oggi. Questi gruppi stanno cercando di impostare una agricoltura industriale e ci vuole del tempo perché in Sud Sudan, dopo vent’anni di guerra, mancano le infrastrutture e i macchinari, tutto deve essere importato. Gli investitori vengono da Europa, America ma anche da Kenya, Uganda, Congo. I somali hanno in mano il business della benzina, ci sono migliaia di persone che stanno investendo per aprire hotel, ristoranti, hanno in mano delle aree che sono più appannaggio di una certa nazionalità piuttosto che di un’altra. Il business della verdura e della frutta, dell’edilizia, è di ugandesi e kenioti. Il governo ha cercato di imporre alle società straniere che investono in Sud Sudan di avere almeno l’80% di personale locale. Ma i sud sudanesi non sono abituati a certi tipi di lavoro e sono meno preparati professionalmente. Quindi diventa difficile imporre queste percentuali”.

In Africa è un fenomeno più evidente che in altri continenti?
“È un fenomeno mondiale, è presente anche in America Latina, ma è più evidente in Africa. In Africa è l’Etiopia il Paese con il tasso più alto di land grabbing, perché ha terreni molto fertili, altipiani, può essere utilizzato per tanti tipi di coltivazioni. Si acquistano terre non solo per l’agricoltura, ma anche per minerali, acqua e altre risorse. Oppure succede che Paesi come l’Arabia Saudita comprino o prendano in affitto per 50 anni le terre in diversi Paesi africani, per poter produrre cibo, visto che da loro non si può perché c’è il deserto”.

Passano gli anni ma l’Africa continua ad essere sfruttata…
“Questo è il nuovo colonialismo. Se prima i coloni venivano e prendevano possesso del governo e del territorio per cinquant’anni e oltre, poi ci sono state le indipendenze, oggi c’è un nuovo tipo di colonialismo che prende le terre in maniera indiretta, corrompendo chi può agevolarli e indebolendo una struttura sociale tradizionale vissuta per secoli. In pochissimi anni si stanno distruggendo realtà ataviche”.

Le popolazioni rurali vengono espropriate della terra in cambio di…
“…in cambio di niente. Non solo vengono espropriate della terra ma vanno ad affollare le periferie delle grandi città. A Juba la città sta scoppiando, con più di un milione di persone. Ci sono già conflitti per la terra con morti, in questo modo rischiano di nascere conflitti etnici. Anche le città secondarie come Rumbek stanno crescendo a vista d’occhio. Se esiste una povertà più vivibile è nelle zone rurali. Io ho vissuto sette anni nella baraccopoli di Korogocho, a Nairobi, e so quanto la povertà urbana sia molto meno dignitosa. In città non hai più nulla e sei costretto a vivere nelle baracche. L’assurdità, negli slums come Korogocho e Kibera a Nairobi, è che la gente è costretta a pagare l’affitto per una baracca. Quando le città s’ingrossano esplodono problemi sociali enormi, abbiamo già più del 50% della popolazione mondiale che vive nelle megalopoli. E questo fenomeno, anche in Africa, è irreversibile. Non avendo mai sviluppato una politica agraria – sono pochissimi i Paesi africani che lo hanno fatto – i giovani (il 60% della popolazione) vanno a cercare un futuro nelle città moderne. Ma è uno stile di vita che non è sostenibile”.

Però l’Onu si è occupata del land grabbing, dando linee guida ai governi.
“Le Nazioni Unite hanno cercato di dare delle linee da seguire, ma spetta agli Stati promuoverle. Spesso i governi non hanno nemmeno la capacità politica ed economica di imporre un certo tipo di leggi, anche perché l’idea è che quando si acquista la terra si crea investimento. Ma non è sempre così, perché spesso non si crea nemmeno occupazione: la coltivazione è molto meccanizzata e si utilizza pochissimo personale. Le risorse, poi, non rimangono nello Stato, ma vengono esportate nei Paesi di origine delle multinazionali oppure vengono destinate alla vendita internazionale”.

Quali sono le vostre proposte come comboniani?
“Dopo l’attività di denuncia stiamo cercando di creare una sensibilizzazione con una rete di associazioni che lavorano in questi campi. Noi già collaboriamo con Africa-Europe Faith and justice, un network di tutti i religiosi, cattolici e non, che fanno pressione sui governi dell’Unione europea. E con Vivat, una rete di religiosi che interloquisce con il Congresso americano. Bisogna lavorare alla base in maniera capillare insieme alle ong, alla società civile, insieme ad un’azione più politica. La bozza delle Nazioni Unite ci sembra positiva perché dà degli indirizzi ai governi, che magari non vengono messi in pratica, ma è importante che i cittadini conoscano questi problemi. Spesso non sanno che i loro governi stanno svendendo le loro terre, stanno affamando i contadini. Nel giro di cinque-dieci anni si troveranno esautorati dei loro diritti: non avranno un luogo dove poter vivere, mangiare, educare i figli”.

Fonte: Agensir

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