Pubblichiamo in anteprima un articolo di Roberto Musacchio della Copertina dedicata all’accordo Europa-Grecia della rivista Solidarietà Internazionale, in stampa,  del Cipsi.  

 

TSIPRAS E LA QUESTIONE TEDESCA

 di Roberto Musacchio

Abbiamo vissuto una di quelle notti in cui la Storia si fa drammatica. Nel lunghissimo vertice europeo del 12 luglio si sono tentati, di fatto, due colpi di Stato. Uno contro un governo, quello greco, democraticamente eletto. L’altro contro l’Europa, per quello che ne rimane.

Non possiamo sapere se l’accordo raggiunto, grazie alla straordinaria resistenza greca, sarà in grado di scongiurarli entrambi. Sappiamo che qualcosa si è mosso nelle coscienze di tutto il mondo. E da quello bisogna partire per una lotta di Resistenza e di Liberazione, che sarà lunga e dura. Vedremo quale sarà l’impatto dell’accordo sulla Grecia, stremata ma non vinta dall’assedio subìto. E vedremo la capacità di risposta di Syriza, ma anche di tutte le sinistre e i movimenti sociali europei che devono fare molto di più di quello che hanno messo in campo sinora. Dobbiamo mobilitarci, ma anche riflettere sul ciclo storico che ha portato alla terribile realtà attuale.

Fu Pietro Ingrao, subito dopo l’89, a porre il tema di come una Germania unificata, una Grande Germania, avrebbe potuto pesare sul futuro dell’Europa. Mi è venuto in mente questo passaggio politico in questi giorni durissimi del confronto tra la nuova Grecia di Tsipras e l'”Europa Reale”, quella appunto risultante da un processo di cui l’unificazione tedesca è stata una tappa fondamentale.

L’ormai ex ministro Varoufakis ha scritto che era evidente che l’intento di Schaeuble era quello di spingere la Grecia fuori dall’euro e, dunque, secondo la loro visione, fuori dall’Europa. Serviva quest’espulsione, secondo molti commentatori, a intimidire tutti gli altri partner, a partire dagli stessi francesi. Questa volontà di potenza è stata contrastata dall’intelligenza politica di Tsipras e dalle capacità di resistenza del popolo greco. E, naturalmente, dall’ intervento dall’esterno di una forza come gli Usa, che hanno speso nella vicenda un peso politico quasi inusuale. Ma la questione è tutt’altro che chiusa.

È chiarissimo che, per come è fatta questa “Europa Reale”, lo spazio per una politica alternativa, per una politica di sinistra, per un’Altra Europa è praticamente inesistente. Cioè serve una rottura e, per farla, una rivolta.

 

SERVE UNA ROTTURA

Ma una rottura di cosa? Una rivolta di chi? Quando Pietro Ingrao scrisse dei problemi che la Grande Germania avrebbe creato, fu considerato come chi andava contro la Storia e le sue magnifiche sorti e progressive, quelle del Nuovo Mondo che si apriva con la caduta del Muro. Ed era certo vero che da allora, ma anche da prima, cominciava il tempo in cui le sinistre europee non riuscivano più ad anticipare il futuro, ma si limitavano a opporvisi o a diventarne complici. In realtà, la Grande Germania era destinata a divenire il soggetto necessario, ma non sufficiente, per la Grande Trasformazione: quella dell’Europa sociale, frutto del compromesso sociale progressivo e dei gloriosi trent’anni, nell’Europa Reale, articolazione della rivoluzione conservatrice del capitalismo finanziario globalizzato. Proprio perchè articolazione, necessaria ma non sufficiente, senza la spinta della globalizzazione finanziaria sarebbe impossibile capire il sommovimento che ha sconvolto l’Europa. E la prima connessione tra l’Europa e il nuovo corso la si ha certo con la Tatcher. Ma già il passaggio del testimone con Blair mette in campo uno dei fattori strutturali del grande sconvolgimento e, cioè, il tracimare del socialismo europeo fuori dal suo alveo e il suo divenire embedded nella guerra di classe rovesciata.

 

LA “GRANDE GERMANIA”

Ma il cambio sistemico lo si ha con la Grande Germania. Basta ripensare brevemente alle tappe che hanno segnato il percorso. Una unificazione che è sostanzialmente una annessione, per altro con costi finanziari altissimi. La messa all’incasso della stessa unificazione, anche qui con una staffetta tra Schroeder e la Merkel, e poi in tandem tra Cdu e Spd. Messa all’incasso che si realizza nella costruzione di una macchina al servizio di un mercantilismo esportativo ed espansivo. Macchina che si realizza con “riforme” interne, come le leggi sul lavoro varate da Schroeder, la Hartz 4, e il mantenimento dei doppi regimi sui contratti ereditati dall’unificazione, che deprezzano il lavoro e accompagnano quel vantaggio competitivo strutturale che segnerà tutto il processo di edificazione della moneta unica. Voluta dai francesi per imbrigliare la Grande Germania, e invece usata da questa per scaricare i costi della unificazione, riassorbendoli grazie ai surplus esportativi e agli attivi di bilancio resi strutturali, in barba alle regole europee che lo proibirebbero. L’allargamento a est consente l’estensione dell’area di influenza tedesca che porta la Grande Germania a occupare, rispetto a quei Paesi lo spazio che un tempo occupava l’Urss, naturalmente con le differenze storiche del caso.

La crisi mondiale diventa così l’occasione per trasformare questo processo tendenziale in una sorta di vero e proprio regime, appunto l’“Europa Reale”. L’austerità è coniata nel marchio tedesco, che ne offre il retroterra culturale e ideologico. Il debito come colpa. L’imperialismo pedagogico, di cui parla in questi giorni Der Spiegel, e che vorrebbe essere l’attualizzazione dell’etica protestante. Naturalmente il monetarismo e il mercantilismo. In realtà la costruzione di regime è francamente mostruosa.

L’impasto della Grande Germania parla di una unificazione mal riuscita che, insieme al degrado del capitalismo contemporaneo, crea una sorta di neo nazionalismo rancoroso socialmente e politicamente. I cosiddetti leader di questa fase lo dimostrano bene, lo incarnano. La “mutti”, la madre, come è chiamata la Merkel, che impersonifica precisamente il carattere paternalista (al maschile!) di questo imperialismo pedagogico. E i leaderini della Spd, che hanno dismesso in questo contesto ogni lettura sociale autonoma dal nazionalismo, come dimostrano le frasi spese per dire che “i lavoratori tedeschi non possono pagare per gli sfaccendati greci”. Da qui si vede come la perdita di identità del socialismo europeo sia un vero cambio genetico.

 

LA TECNOCRAZIA FRANCESE

Detto prima di Blair e della parabola filo globalizzazione del labour, resta da spendere qualche parola per i francesi, anche loro avviati alla mutazione per i sentieri che da Delors arrivano a Hollande, e sono caratterizzati da un progressivo sostituirsi del funzionalismo e della tecnocrazia al cambiamento sociale e alla politica. Nell’illusione di condizionare i tedeschi.

È con questa Europa Reale che ha dovuto fare i conti Tsipras. Lo scontro è stato durissimo. Merito di Tsipras è esserci arrivato avendo saputo intrecciare una nuova funzione nazionale, da tempo non più interpretata da sinistra, con una critica radicale della globalizzazione e della austerità, e un’idea di altra Europa. Lo scontro ha prodotto un compromesso, quanto mai instabile. Tsipras e Syriza hanno saputo far valere la loro funzione nazionale. Ma faticano a determinare una generale inversione di tendenza. Anche perchè non incontrano quelle coalizioni sociali europei determinanti per una alternativa.

Anzi, si può dire che un nuovo movimento operaio capace di una funzione storica, di cambiare l’Europa, non si è palesato. Da qui il carattere “nazionale” del compromesso ricercato da Tsipras che, certo, confida nella discesa in campo di nuovi protagonisti, come potrebbe essere una Spagna a guida Podemos, o un’Irlanda a guida Sinn Fein. In una sorta di logica latino-americana. Ma a differenza dell’America latina, lo strappo con il “consenso di Berlino” non è stato possibile. Anzi, paradossalmente, sulla disponibilità di Berlino al compromesso ha pesato molto proprio la pressione di Washington.

 

L’EUROGERMANIA

A dire quali pasticci attenderebbero una Germania non più coperta dall’ombrello europeo, e costretta a misurare il livello delle proprie contraddizioni nell’agone interimperiale, a partire dal suo “doppio gioco” con la Russia, tra accodamento agli Usa e partecipazione ai consigli di amministrazione di Gazprom e di Southstream. Sta di fatto che la leadership tedesca sembra insistere sulla trasformazione della Ue in una sorta di Eurogermania, che assomiglia assai più al Patto di Varsavia che al sogno di Spinelli. Le modifiche alla governance dell’area euro di cui si discute, oltreché modeste, vanno in realtà in questa direzione, con un’integrazione maggiore, che assomiglia a una sorta di direttorio tedesco, con la politica finanziaria schiacciata sull’austerità.

Un disastro per l’Europa tutta, dove disoccupazione e “decrescita infelice” vanno dalla Finlandia alla Grecia. Dove crescono nazionalismi e xenofobie tanto più forti quanto più in aree assoggettate a Berlino. Tsipras ha immesso in questo quadro mefitico l’anticorpo della democrazia. In assenza di vere coalizioni sociali europee, il referendum ha dato espressione a quanto di alternativo si muove. Ha giocato al massimo le contraddizioni politiche e geopolitiche. Ma da solo non può vincere. Può allentare l’assedio sul suo popolo. Fare, come Lenin, una pace separata. Che però è più un breve momento di respiro piuttosto che un compromesso durevole. Se non salta l’Europa Reale non c’è spazio di cambiamento. Per farla saltare occorrono quelle coalizioni sociali europee che oggi non esistono. Una destrutturazione degli attuali assetti, mettendo in campo una nuova centralità mediterranea dotata di una propria identità e struttura. Una lotta durissima per l’uso della moneta in chiave opposta a quella della austerità. Cioè una vera rivoluzione! (robertomusacchio.eu@gmail.com)

 

 

Frase

Nel vertice del 12 luglio si sono tentati, di fatto, due colpi di Stato. Uno contro il governo greco, democraticamente eletto. L’altro contro l’Europa, per quello che ne rimane.

 

Un commento per Tsipras e la questione tedesca

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