VITA DA ZINGARI (VISTA DA NOI) E LA VITA VISTA DAI ROM… PUNTI DI VISTA DIVERSI!

 

Siamo un piccolo gruppo sorto grazie ai Rom e ai Sinti,  ognuno di noi vive in forme e tempi diversi il proprio rapporto con loro, ma è certo che loro sono il collante del nostro gruppo, in un certo senso anche la fonte dell’amicizia che ci unisce.

Il gruppo è sorto spontaneamente e  ha come unica caratteristica l’amicizia con i rom e le loro famiglie, molte di queste vivono in campi, altre vivono in case o in insediamenti “abusivi”. Un’amicizia di lunga data, non mediata da progetti, e di questo ne andiamo anche un po’ fieri.

Non siamo un’Associazione, una ONG e tantomeno un gruppo di volontari con lo scopo di risolvere o alleviare le difficoltà dei Rom o quello di proporre possibili soluzioni al “problema Rom”.  Ognuno di noi vive la sua vicinanza con i Sinti e Rom, chi per ragioni della propria fede e appartenenza a vario titolo alla Chiesa, chi per senso di umanità verso questa gente e  ha arricchito la nostra stessa fede e la nostra vita.

Vorremmo fare alcune nostre libere e spontanee considerazioni, anche come reazione all’articolo pubblicato su Mosaico di Pace di Ottobre, dal titolo: “Vita da zingari”, firmato da Cristina Mattiello.

  1. E’ certo che il primo atteggiamento a chi si interessa a vario titolo dei Rom e della loro vita, è la conoscenza di questi mondi variegati e diversi tra di loro, ma anche la stima nei confronti dei Rom stessi. Spesso questo atteggiamento  in tanti operatori, lo si da per scontato, ma dalla nostra esperienza constatiamo in tanti di loro diffidenza, pregiudizio e sospetto. Quindi è facile constatare che il tentativo di “risolvere il problema Rom”, fin dall’inizio parta con il piede sbagliato, per poi finire proprio con il peggiorare ulteriormente la loro già fragile esistenza.

Senza stima non si costruisce niente, anche se si ha tra le mani il miglior Progetto.

 

  1. Ogni popolo, compreso quello dei Rom e Sinti, ha il diritto della propria auto-determinazione. Perché lo riconosciamo quasi automaticamente a tanti popoli, invece per i Rom questo non avviene? Da decenni ormai sono continuamente assaliti da assistenti, operatori, Associazioni, Cooperative di vario genere.. Quanti Progetti di ogni tipo, abbiamo visto scorrere sulle loro teste, quante soluzioni si sono accavallate sulle loro vite, per poi rivelarsi fallimentari e quasi sempre incolpare i Rom del loro insuccesso. Le soluzioni che in questi decenni sono state proposte, non hanno fatto altro che incancrenire il problema.

La loro auto-determinazione, spesso viene sacrificata in nome di un bene stabilito da altri, al di fuori del loro mondo, o per lo meno non sufficientemente conosciuto e quasi sempre (ieri come oggi) senza una loro reale partecipazione e coinvolgimento. A loro in genere spetta adeguarsi al “benefattore/salvatore” di turno. E’ uno dei tanti luoghi comuni, tra i più diffusi anche tra coloro che si occupano di Rom, quello di credere che loro hanno bisogno di qualcuno che decida al posto dei Rom, nel bene e nel male.

C’è sempre qualcuno pronto a suggerire come organizzare la loro vita: che la lavatrice non va messa in quel posto, che i bambini devono vestire in altro modo, chi devono frequentane e chi no, chi può e non può venire a visitarli, che la casa è la soluzione del problema Rom, che i Rom non sono più nomadi, che i campi devono essere superati, che non devono andare più ad accattonare perché non è dignitoso, che non bisogna accendere più fuochi all’aperto, che bisogna stare nello spazio assegnato, che l’integrazione è fare questo e non quello, che le regole bisogna rispettarle sempre, anche quando sono state sottoscritte sotto forma di ricatto o per incutere paura o semplicemente pensate e scritte in qualche ufficio “competente”, ma quasi mai stipulate ufficialmente, nel rispetto di regole democratiche, con le parti interessate: alla pari!

Noi con le nostre Associazioni, con le più fantasiose politiche sociali studiate ad hoc.. pensiamo di dover essere noi a trovare per loro le soluzioni, con convegni nazionali/internazionali, dibattiti, seminari, studi.. i Rom invece decidono della loro vita attorno ad un fuoco o bevendo insieme una tazza di caffè, consultandosi tra di loro. Luoghi e tempi diversissimi e distanti tra loro. I nostri a lunga programmazione, i loro invece, hanno il respiro breve, perche seguono quelli della loro esistenza, fatta di sensazioni, possibilità da cogliere al volo, clima che si respira in un dato momento, paure.. I nostri luoghi cercano la visibilità, i loro invece sono più nascosti, lontani dai centri di decisione, seguono altre mappe, altri canali, ma sono il cammino che loro seguono perché fiutano la vita.

  1. Rimanere in balia di chi ha un potere più alto del loro, di chi ha la possibilità e la capacità di accedere a finanziamenti destinati ai Rom, ma che mai un Rom potrà intascare o gestire, perché questo toccherà sempre ad altri: incaricati a gestire al posto loro. Sembra proprio essere la condizione di vita dei Rom e Sinti, ieri come oggi.

Progetti pensati da altri. E i fatti recenti di Roma vanno proprio in questa direzione..solo Roma?                   Quasi sempre,  questi Progetti (finanziati) presentati dalle Amministrazioni locali e Associazioni, hanno come una delle finalità la volontà di disgregare le comunità Rom, che è un modo per cercare di cancellarli.

Oggi il diritto di parola è accordato a chi propone soluzioni, possibilmente quelle a noi congeniali. E’ il tempo della “politica del fare”, ed  è uno dei rischi che vediamo diffondersi:  basta perdere tempo con tentennamenti e analisi sociologiche e antropologiche, che portano a nessun risultato, “vogliamo risultati e alla svelta, basta attendere”. Ora bisogna indicare soluzioni, percorsi chiari e risolutivi, perché i Rom devono finalmente integrarsi, altrimenti non ci può essere futuro per loro”.

Ma quale futuro? Il loro o il nostro futuro?

  1. Anche oggi chi si occupa dei Rom (del resto come ieri), non fa altro che parlare di casa, che bisogna guardare oltre i campi, che l’Italia è il paese dei campi, l’unico in Europa, che è poi una bugia perché di campi Rom e Sinti ce ne sono un po’ ovunque nei paesi Europei: Inghilterra, Francia, Irlanda, Spagna..di simili ai nostri, altri strutturati diversamente, ma pur sempre campi. Basta fare una semplice ricerca in Internet con Google per scoprire l’esistenza di campi un po’ ovunque.

Campi = ghetti sembra una equazione scontata. Ne siamo sicuri? Il campo è solo e sempre ghetto?

Spesso parlando dei campi “nostrani” si dice che bisogna chiuderli perché sono dei ghetti, in quanto non aiutano l’integrazione, perché si trovano in posti isolati, lontani dalle città e dai servizi..e c’è anche del vero in questo. Ma, si dà per scontata, come unica alternativa possibile al campo-ghetto,  sempre e solo la casa. Per noi è invece è una soluzione semplicistica e miope.     Nei loro paesi di origine, lo si sente dire spesso da chi sostiene la casa come unica “soluzione”, i Rom vivevano e vivono in case e non nei campi. Ma vivono tutt’ora in autentici quartieri ghetto scomodi e spesso distanti dai centri, più o meno come i nostri campi.

Il campo è anche lo spazio della sopravvivenza per tanti Rom,  ma è anche quello della relazione, è il respiro che permette a tanti di loro di vivere e di affrontare la vita. Ovunque i Rom cercano e si costruiscono uno “spazio a loro misura” dove poter vivere..è questo che molti Rom cercano, sia qui da noi, come nei loro paesi di origine:  in quartieri ghetto o nei campi Rom in  Italia o in altri paesi Europei.

I quartieri di Rom della ex Jugoslavia o dei Balcani, fatti prevalentemente di case, alloggi  e baracche non sono poi tanto diversi dallo “spirito” dei campi Rom, rispecchiano lo stesso modo di vivere lo spazio, che è diverso dal nostro, è un modo di stare insieme. In effetti i campi, con tutti i loro limiti che ben conosciamo, riproduce questo “stile di stare insieme”, che la nostra società ormai ha perso da tempo e che spesso giudica negativamente o frettolosamente e lo rimuove e colpevolizza.

I campi sono, con tanti limiti e le loro contraddizioni, lo spazio condiviso, spazi nei quali la relazione costituisce il soggetto e l’arricchisce.  La nostra società (quella Occidentale in genere), invece tende a isolare, la persona viene percepita come separata, appartata..”appartamento” appunto!

Ridateci per cortesia il campo di prima, almeno c’era più vita, in questo villaggio (nuovo) la gente non si parla più, è un casino!”

Con ciò non vogliamo negare o nascondere che spesso i campi di oggi stanno diventando invivibili anche per gli stessi abitanti e bisognerebbe analizzare con saggezza e ponderazione le cause. E una di queste, per noi è riconducibile anche all’intervento delle politiche sociali, che spesso rischiano di peggiorare di molto il tessuto già fragile delle stesse comunità Rom.  La domanda che noi ci poniamo è la seguente: perché anche lo “spazio” all’interno degli stessi campi Rom sta degenerando e i campi stanno perdendo la loro specificità?  Quanto è dipeso dalla scelta dei Rom?

  1. Politiche sociali e sicurezza.

Oggi constatiamo un po’ ovunque, che le politiche sociali hanno rinunciato alla loro tipica “missione” di ascolto e di prevenzione del disagio e di accompagnamento, preferendo di fatto allinearsi più alle politiche della sicurezza e del controllo, che dare risposte a questi disagi.  Con i Rom è quasi scontato, complice anche la politica che in questi ultimi anni non ha voluto affrontare il tema della povertà, preferendo rimuoverla e nasconderla. Spesso assecondando gli “imprenditori della paura”, diffusi in tanti settori sia della politica e della stampa. Così facendo si rischia di speculare solo sulla sicurezza e non sulle cause del disagio in sé, questo vale in particolar modo per le popolazioni Rom, ma si allarga anche sui settori deboli della nostra società: immigrati, profughi, poveri, cittadini italiani senza casa.

Ciò che notiamo da diverso tempo è una vera “assenza di cuore” nelle politiche sociali verso i deboli in genere. Il rischio è che questo vuoto oggi, come ieri è sostituito da altri interessi di varia natura, in primis quello economico, appetibile a molti, forse a troppi: sempre sulla pelle dei Rom, arrivando a constatare come anche la “politica” ruba sui Rom e sulle fasce deboli della popolazione.  Perché l’integrazione proprio perché costa, oggi è diventata una affare che fa gola a tanti.

  1. “Basta campi”.. e poi?

Oggi lo dicono tutti, in tutte le salse. Molti di questi mai hanno messo piede in un campo, mai hanno conosciuto realmente un Rom, mai hanno partecipato ad una loro festa, nemmeno ascoltato un loro desiderio o raccolto un loro timore. Basta campi è un mantra che si ripete da ogni parte..senza la minima conoscenza della realtà, oggi è di moda dirlo: “Basta campi”, che coincide, il più delle volte a: “basta Rom”.

Noi la pensiamo in maniera diversa. Innanzitutto, perché spetta a loro scegliersi il loro futuro, non noi. Tutto all’più, quello di saper accompagnare e sostenere la loro scelta, che sia la casa, un terreno, un campo o altro. Oggi quando si parla dei campi Rom si sottolineano solo gli aspetti negativi, che anche noi condividiamo, frequentandoli o vivendoci dentro li conosciamo bene, ma le analisi e le cause di tanto degrado spesso sono assenti. Perché i campi hanno subito questo degrado? E’ solo imputabile tutto ai Rom?  Senz’altro loro hanno delle colpe, ma non tutte!

I campi Rom sono anche l’unico spazio, dove i Rom si sentono “custoditi”, sostenuti ed aiutati (non dagli operatori, assistenti sociali..) da altri Rom. I campi Rom sono anche il frutto di relazione umane, di valori che aiutano le persone a guardare la vita a crescere e confrontarsi.  Cose che non sempre avvengono in un anonimo appartamento posto in un quartiere periferico della nostra città. Anzi, è più facile che un Rom si senta giudicato, additato e rifiutato, visto con sospetto e con la stessa diffidenza del Rom che vive in un campo. Spingendoli a vivere in case, in nome di una presunta integrazione,  spesso non si fa che alimentare ancora più intolleranza verso i Rom. Abbiamo visto anche il fallimento di tante famiglie Rom incentivate dai servizi sociali ad andare a vivere in case o appartamenti. E’ vero che molte famiglie Rom lo hanno scelto, e altre lo desiderano; ma è anche vero che molte non ce l’hanno fatta, andando ad accrescere le fila del disagio sociale cittadino. Stranamente all’interno di un campo Rom, non esiste il disagio sociale nelle forme tipiche di un quartiere cittadino, non c’è lo “scarto”, è più facile che questo si manifesti invece, con le nostre politiche sociali, i nostri progetti. A volte il degrado di un quartiere, può essere peggiore di quello di un campo Rom.

Il campo, con tutte le sue difficoltà, i suoi disagi, comprese le sue contraddizioni interne (che abbiamo visto aumentare  in questi ultimi anni), nonostante tutto..permette a tanti  Rom di “sentirsi accarezzati”: con i tempi che corrono non è certo poca cosa!

Meglio la “carezza di una semplice baracca” di un campo Rom, che la paura di un futuro incerto gestito da cuori anonimi e freddi. Perché la “casa” non è questione di sole mura..è anche spazio condiviso, vissuto insieme: “Per favore, ridatemi il campo di prima, quando stavamo nelle nostre povere baracche..c’era più vita.”

 

don Agostino Rota Martir – Pisa

  1. Luciano Meli – Lucca

Sr. Rita Viberti – Torino

Sr. Carla Viberti – Torino

don Piero Gabella – Brescia

Marcello Palagi – Massa Carrara

Franca Felici – Massa Carrara

frà Flavio Gianessi – Reggio Emilia

 

27 Gennaio 2015 – Giorno della Memoria

 

 

Un commento per Vita da zingari

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